Il giudizio di Astaroth diavolo-angelo
Ma qual è il confine fra inferno e paradiso, fra quaggiù e lassù, fra buono e cattivo? Fino a dove arriva il limite oltre il quale si è classificati in una categoria? Sono domande che lo spettacolo “Astaroth”, frutto del laboratorio teatrale della Pgi di Valposchiavo, lascia aperte nello spettatore. Tanti gli spunti di riflessione che il testo, liberamente tratto dall’opera di Stefano Benni e riadattato dalla regista Gigliola Amonini, offre in una rutilante rappresentazione di diavoli-angeli che alternano l’essere spaventosi all’essere seri o burloni. Otto diavoli-angeli interpretano Astaroth che, nolente, si trova costretto a smistare le anime delle persone appena morte e, dunque, a giudicarle. Il giudizio («giudicare senza giustizia») è la parola chiave dello spettacolo fra i diavoli-angeli costretti ad essere giudici, uomini che non vogliono essere giudicati, che si giudicano da soli o affidano ad altri la decisione. Diavoli che scelgono sempre l’uomo e non la divinità, che vorrebbero aiutare e, invece, non possono fare altro che lamentarsi. Ma al di là della dimensione filosofica pura, se possiamo così definirla, il testo si cala nella quotidianità di esemplificazioni di vita: c’è l’uomo evasore delle tasse che critica che è sempre «in fila a fare la fila», c’è la ragazza che appartiene alla generazione «positivamente immobile» per la quale scegliere è una «fatica infernale», ci sono il camionista che desidera morire solo per avere un posto dove dormire, la poetessa che non sopporta la banalità dei mortali e vuole una morte che faccia notizia e una madre che pensa solo al bene del proprio figlio.
Uno spaccato di umanità positiva e negativa, con vizi e virtù raccontata in agrodolce dagli attori valtellinesi e valposchiavini del laboratorio, alcuni dei quali per la prima volta sono saliti sul palco, con il tour de force di quattro rappresentazioni in due giorni. E questo aspetto è quello che sicuramente rende la forza e l’importanza di questo prodotto volto a diffondere la cultura teatrale. Apprezzabile anche la cura dei particolari dai costumi di Natalia Ciolac – in particolare l’abito alato dei diavoli – alle luci di Maurizio Natali che creano la tensione emotiva delle scene. Infine la presenza significativa di un albero ai cui rami i diavoli-angeli, una volta assegnate le anime alle proprie “sale” di pertinenza all’inferno o al paradiso, appendono gli orologi dei defunti. Ad indicare, forse, la perdita della temporalità umana o il recupero di una temporalità diversa.
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