Piano cave: il caso di Colorina
A Colorina, in località Isolette, partiranno a breve gli scavi in oltre 70mila metri quadrati di terreno per ricavare ghiaia e sabbia. Nonostante la contrarietà dei proprietari. C’è un altro caso in provincia – oltre a quello di Bianzone dove si è costituito un comitato contro la cava - in cui il piano cave ha provocato la sollevazione popolare e che, però, si è concluso con la prosecuzione del progetto e l’esproprio dei terreni dei proprietari. Una battaglia persa, si potrebbe dire che costituisce un precedente preoccupante per Bianzone. «L’opposizione dei proprietari non è servita – spiega il sindaco, Doriano Codega -: o si raggiungeva un accordo bonario con la ditta che avrebbe pagato un corrispettivo di meno di 2 euro al metro quadrato per tutto il fondo considerando anche la porzione che non sarebbe stata cavata oppure si procedeva con l’esproprio forzato in cui la Provincia avrebbe riconosciuto il 33% del valore agricolo dei soli metri quadrati interessati dallo scavo. Davanti a queste ipotesi, la maggioranza dei proprietari ha accettato la proposta della ditta dello scavo che, nella maggior parte dei casi, si è rivelata più conveniente». E se i proprietari potranno godere, per lo meno, di una piccola “compensazione”, chi lavora quell’area – coltivata a prato o mais – dovrà restare fermo per qualche anno. «Purtroppo gli agricoltori sono i più penalizzati – prosegue il sindaco -, perché per loro non è previsto nessun tipo di indennizzo. E questo aspetto è grave in un paese come il nostro ad alta vocazione agricola. Il Comune, con i 44 centesimi al metro cubo previsti come risarcimento, introiterà 30mila euro che serviranno per controllare che il materiale immesso sia idoneo e che sia ripristinato lo stato di fatto».
E che per Bianzone si metta male lo dice anche il presidente di Coldiretti, Alberto Marsetti: «Siamo dalla parte del “Comitato per la tutela e valorizzazione del territorio agricolo della piana di Bianzone” che sta resistendo contro il progetto di costruire una cava al Ranée. Ma siamo anche coscienti che il problema è grosso e che ottenere uno stralcio del progetto di Bianzone dal piano cave provinciale è difficile». E prosegue: «Dall’incontro avuto in Provincia è emerso che non è possibile rivoluzionare il piano cave. Ci è stato spiegato che ci sono zone fluviali dove si sono create grosse morene e il letto del fiume si è alzato parecchio, ma per legge non è possibile recuperare questo materiale. Lo scavo nei terreni è, dunque, l’unico modo». Un’ipotesi fortemente osteggiata dal comitato di Bianzone che non vuole che si scavi al Ranèe sia perché si tratta di una zona molto fertile, sia perché ci sono gli interessi di chi lavora questa terra. «Non voglio scaricare colpe su nessuno, perché ritengo che ognuno di noi abbia le proprie responsabilità – sempre Marsetti –. Anche i Comuni, che talvolta danno poca importanza a quello che avviene sul territorio, salvo poi accorgersi del problema in seguito». Che fare allora? Marsetti suggerisce di capire bene se ci sia o meno una possibilità di stralcio dello scavo sui 6 ettari di Bianzone. In caso contrario toccherà agli enti «vigilare affinché i terreni sia ripristinati con materiale adeguato». E poi c’è il discorso dell’indennizzo. «La Provincia ha affidato il lavoro con appalto alla ditta e come potrebbe ora toglierlo senza doverla risarcire – ipotizza Marsetti - ? D’altro canto l’indennizzo offerto ai proprietari terrieri copre solo questi ultimi e non chi vi lavora e ha fatto magari un investimento su quelle terre».
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