Ne "I muri dopo Berlino" anche Mera
Qual è il muro che deve essere abbattuto per produrre un cambiamento sociale e migliorare il nostro modo di vivere? E’ religioso? Razziale? Economico? Sociale? Ambientale? Oppure un muro vero e proprio costruito ancora per separare? Sono 70 artisti italiani e stranieri ad aver dato una risposta a queste domande. E fra questi anche il valtellinese d’adozione, lo scultore Mera che parteciperà alla mostra collettiva itinerante “I muri dopo Berlino”. Il vernissage della mostra che nel titolo e nel significato ricorda l’emblema del regime comunista che aveva oppresso per quasi mezzo secolo la Germania orientale e i popoli dell’est Europa sarà inaugurata il 10 novembre alle 18.30 allo spazio Tadini (via Jommelli 24) a Milano, un giorno dopo quel fatidico 9 novembre 1989, quando il simbolo più tangibile della cortina di ferro, che aveva diviso per 28 anni Berlino ovest da Berlino est e dal resto della Repubblica Democratica Tedesca, veniva abbattuto. Dopo vent’anni è il momento di ricordare e rilanciare, in forma diversa. Ed ecco la mostra cui Mera partecipa con la scultura “E dopo il silenzio”, realizzata con chiodi antichi di varie dimensioni. Quella dello spazio Tadini, però, non vuole essere solo una mostra, ma una provocazione, uno stimolo a riflettere, un invito a guardare attraverso la lente d’ingrandimento di un artista il mondo che ci circonda e svelarne le barriere, gli ostacoli, i muri da abbattere o forse quelli ancora da mantenere o costruire. «Un modo per restituire all’arte contemporanea un posto preciso nella storia – dicono Melina Scalise e Francesco Tadini - e un’occasione per comunicare una voglia di cambiamento che passi attraverso una voce inusuale: quella che non rinuncia mai a cercare il bello. I settanta artisti che hanno aderito a questo progetto e le gallerie che hanno già deciso di ospitare la mostra con l’obiettivo di aggregare nuovi artisti locali, come la Galleria Koinè di Scicli e la Promenade Gallery di Valona in Albania, lo hanno capito». “I muri dopo Berlino” sarà un “muro viaggiante” i cui “mattoni” sono costituiti da opere e nelle quali ci sono i sogni, le speranze, i disincanti, la rabbia o la rassegnazione di chi i muri li vede, ma non sa come superarli, di chi li sente e non vuole dimenticarli.
Le interpretazioni degli artisti sono le più diverse anche in relazione ai loro paesi d’origine. C’è chi il muro lo vede nella scarsa coscienza ecologica, chi nelle ideologie, chi nei sistemi di potere, chi dentro le persone, chi nelle rese, chi nelle religioni, chi nell’indifferenza, chi in un viaggio della speranza con biglietto di ritorno. Resta una cosa certa, che nelle centinaia di opere che prendono parte a questa mostra molte sono più una denuncia e una voglia di conquista che la constatazione di una resa. Questo risultato è certamente l’eredità che ci portiamo grazie a questi ultimi decenni di storia in cui abbiamo visto superare e abbattere o costruire molti muri. Per esempio quello tra conscio e l’inconscio, l’andata sulla Luna, ma a cui spetta un ruolo privilegiato senz’altro la caduta del muro di Berlino che simboleggiò la fine della Guerra Fredda e di quella sorta di immobilismo ideologico che contraddistinse il destino del mondo dal dopoguerra in poi e che teneva in una sorta di morsa il destino di tutti tra timori di guerre nucleari e fini apocalittiche.
Il 9 novembre del 1989 quando venne abbattuto il muro di Berlino e le immagini televisive fecero il giro del mondo, quasi tutti vissero un’emozione di particolare sorpresa, perché abbattere quella barriera sembrava all’improvviso una cosa semplicissima come distruggere un qualsiasi muro di mattoni. Fatta la prima breccia, quel muro rivelava la sua normalità, si svelava e sgretolava come tutti gli altri. Quel crollo fu un nuovo inizio. Da quel momento si ebbe la certezza che i muri, per quanto potessero apparire possenti, potevano essere abbattuti e si potevano scoprire nuovi orizzonti e spostare barriere e confini. «Per questa mostra abbiamo chiesto a un critico, Claudio Rizzi – proseguono -, di dirci quanto l’arte possa parlare di storia e fare storia e al giornalista, attualmente inviato dell’Espresso, Roberto di Caro, di raccontarci quali sono per lui i muri, quelli veri, quelli che vede cadere sotto le bombe in Medio Oriente o quelli che ci portiamo dentro chiusi in una sorta di indifferenza. E tu, che muro sei?».
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