Angiola Tremonti parla della sua famiglia del fratello ex ministro
Un omaggio alla Valtellina dove è nata e cresciuta, un omaggio sincero e leale, in cui Angiola Tremonti - come ha detto ella stessa - si è tolta la pelle, non si è vergognata di parlare di denaro, di avidità e eredità, di rapporti famigliari e di tanto altro. “La valle degli orsi”, il libro presentato sabato sera in biblioteca a Tirano da Angiola, sorella dell’ex ministro Giulio Tremonti, ha come poli – fisici ed emotivi – la Valtellina e la zona del Cadore, dove esiste davvero una valle dell'orso. Un titolo che ben si presta anche alla Valtellina, visitata dall'orso, come ha sottolineato l'assessore Bruno Ciapponi Landi che ha moderato l'incontro. «Gli anni più belli della vita, quelli in cui si è giovani, si cresce, si matura, li ho vissuti in Valtellina – ha ammesso l’autrice, che è anche pittrice e scultrice -. Ora soggiorno di rado, perché mi mette molta malinconia. Preferisco risparmiarmi il dolore di venire in una terra amata». Incalzata dalle domande dell'assessore, la scrittrice ha rivelato la sua storia famigliare: il nonno cadorino che compra una farmacia a Sondrio, si sposa con nonna Rota «ricca ma bruttina», che viveva alla Sassella e aveva le vigne; la Sondrio della gioventù e delle esperienze, «quando non esistevano le discoteca, ci divertivamo con il mangiadischi o ci inventavamo qualcosa per stare bene insieme. Mio fratello aveva una fidanzatina a Tirano e tirava dietro anche me fin qui. Mi ricordo quando i carri con i cavalli passavano ancora per Sondrio e quando papà aveva comprato la prima Volkswagen della città».
Anche la mamma di Angiola scriveva, ma non è riuscita a emergere. «Io sono emersa forse perché sono sorella di Giulio», ha rivelato. Del fratello parla nel libro, «lui non mi stima, io però lo stimo – ha aggiunto -. Ha fatto gioco di squadra, magari ha fatto sbagli enormi ma il mio apprezzamento è immutato. Il libro nasce non come esigenza di parlare di lui o di me, ma come documento storico di un'epoca e di come abbiamo vissuto. Mamma e papà stavano bene economicamente, ci davano la nostra paghetta ma era nella norma, non abbiamo mai fatto differenze fra caste. I miei genitori ci hanno insegnato a stare bene con tutti». E poi la partenza per Milano. «Le prime sere che ero a Milano – sempre l’autrice - mi sembrava di essere una pulce, avevo paura ad andare a prendere il biglietto del tram, che mi portassero via, mi sentivo sola. Noi valtellinesi non siamo come altre etnie che fanno cerchio e si aiutano. Ci rispettiamo, ma che il valtellinese apra la porta all'altro valtellinese, non è così scontato».
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