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La sarta di Grosio che ha inventato la moda italiana Si è battuta perché tutti capissero che la moda italiana non fosse asservita ai modelli stranieri, in primis a quelli francesi, ma che si rifacesse a modelli classici e rinascimentali. Una moda autoctona, tutta italiana. Oggi, quando si parla di moda, tutti la collegano a Milano e all’Italia, ma fra la fine dell’Ottocento e inizio Novecento non era così. Si guardava solo a Parigi. Ebbene Rosa Genoni (Tirano 16-6-1867, Varese 12-8-1954) è la stilista di origine valtellinese che ha “inventato” la moda italiana. Il ritratto commovente di questa donna ostinata e volonterosa, creativa ed emancipata, è stato tracciato, nel corso dell’incontro organizzato dall’Unitre di Tirano, dalla nipote Raffaella Podreider, intenzionata a scrivere una biografia di questa nonna controcorrente. Rosa è figlia di Margherita Pini di Grosio, ricamatrice, e di Luigi Genoni di Milano, ciabattino. Nata a Tirano, la prima di 17 fratelli, presto viene affidata alla nonna che vive a Grosio. Rosa frequenta prima, seconda e terza classe a Tirano, è una brava studente ma non c’è per lei la possibilità di continuare. Viene mandata a Milano dalla zia, di professione sarta, dalla quale fa la cosiddetta “piccinina”, raccoglie gli spilli, pulisce la stanza e impara. Ai tempi va di moda tutto quello che arriva da Parigi, Rosa – che dimostra inventiva già da piccola - raccoglie cartoncini e gli “strupai”, cioè i ritagli di stoffe con cui fa fiocchetti e decorazioni che dà al papà da vendere sulle scarpe. Nel 1884 si accosta alla politica, perché si rende conto che le condizioni delle donne che lavorano sono difficili. Entra nel partito operaio italiano che organizza di mandare un gruppo di operai a Parigi per un congresso. Rosa, nel frattempo, impara il francese ad una scuola domenica e «tante ne fa che riesce a farsi mandare a Parigi al congresso – ha raccontato la nipote -. Poi a Parigi con un coraggio da leone, a soli 18 anni, si ferma per quasi tre anni. Si fa assumere da Pasquì, un sarto famoso, il Dior dell'epoca per intendersi, che confeziona i vestiti per Eleonora Duse». Quando Rosa viene a sapere che la sartoria Bellotti a Milano cerca una sarta specializzata, torna a Milano e inizia la sua carriera. Viene assunta alla Casa Haardt in corso Vittorio Emanuele a Milano. Ad ogni cambio di stagione, Rosa va a Parigi a comprare e copiare gli abiti che la sartoria produrrà. Nel frattempo, nel tentativo di far uscire dal carcere il fratello, accusato di omicidio colposo, si rivolge all’avvocato Alfredo Podreider, che l’aiuta. I due si innamorano, ma non si sposano per motivi ideologici e soprattutto perché la mamma di Alfredo, una signora molto aristocratica, non vuole una nuora così indipendente, politicamente schierata, che lavora. Insomma non l’esatto modello di donna attaccata al focolare e che partorisce un figlio dietro l’altro. «I nonni si sono voluti molto bene – ha proseguito -. Nel leggere le carte ho capito che mio nonno aveva proprio un bel carattere. Le ha permesso di esprimersi, non l'ha mai tarpata». Dall’unione di Rosa e Alfredo nasce Fanny, madre di Raffaella. Rosa viene nominata “première” di casa Haardt, dove resta fino al 1925 in un palazzotto di 5 piani con 200 dipendenti. In occasione dell’Expo del 1906 a Milano, organizzata per festeggiare il traforo del Sempione, la stilista propone dei modelli con i quali si oppone ai dettami della moda francese o straniera, insistendo che l’Italia doveva avere una moda nazionale. «La nonna propone un abito ispirato ad un’opera del Pisanello ed uno alla Primavera del Botticelli, un mantello di velluto verde con ricami e abito di velour con garza rosa e tutti i fiori ricamati come la primavera – sempre Raffaella -. Per questi modelli riceve il Gran Prix della giuria, il massimo dei riconoscimenti. Questi sono gli unici due abiti rimasti alla famiglia che abbiamo donato al museo del costume a palazzo Pitti a Firenze, oltre a 60 cartelle di ricami che Rosa raccoglie da artigiani italiani, perché non voleva che la moda fosse suddita di Parigi e voleva l’impiego di manufatti italiani». L’impegno di Genoni prosegue con l’insegnamento di storia del costume all'Umanitaria, la pubblicazione del primo volume di una collana dedicata alla storia della moda, il cui successo di critica e pubblico continuerà fino agli anni Trenta, ma poi la pubblicazione si ferma perché Rosa non vuole prendere la tessera fascista. Nel 1908 partecipa al primo congresso di Roma delle donne italiane con un lungo e apprezzato intervento sull'indipendenza della moda italiana, insistendo sulla necessità di utilizzare le maestranze italiane. Nel 1909 fonda il Comitato promotore per una moda di pura arte italiana. Dalle pagine di “Vita d'arte” nel 1910 promuove il concorso nazionale per un abito femminile da sera per stimolare l’autonomia e la creatività delle sarte italiane. Non è un'accentratrice, ma vuole allevare una nuova generazione che dia il meglio dell’inventiva italiana. E, possiamo dire senza ombra di dubbio, che ci è riuscita. I ricordi di Clara Castoldi |
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