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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 24-02-13, 09:59   #1
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Predefinito I popoli hanno bisogno di bugie

«I popoli non hanno bisogno della verità, hanno bisogno delle bugie, lo dice anche il nostro ministro», «le persone oneste nel proprio mestiere sono poche, chi ha una buona reputazione ha il conto che piange, ma chi ha un bel conto in banca una buona reputazione se la fa», «fare il ruffiano è un mestiere ben considerato, molti politici lo fanno».
A pochi giorni dalle elezioni, i pensieri del nipote del celebre musicista Rameau (uscito dalla penna del settecentesco Denis Diderot) hanno fatto di certo aprire un sorriso sul volto degli spettatori della sala don Chiari lunedì sera per Sondrio Teatro.
“Il nipote di Rameau” vede in scena Silvio Orlando che dialoga con un filosofo sull’ordine del mondo. Trecento anni fa come ora. Non molto è cambiato, tutto sommato. E un personaggio come il nipote di Rameau lo dimostra: un crapulone indecente, superficiale, libertino fannullone, vile, parassita con pessimo carattere e grande appetito. Ma – e lo precisa – capace di mantenere il libero arbitrio.
In scena viene portata la formula del dialogo fra Rameau (Orlando) e il filosofo (Amerigo Fontani) con qualche intermezzo della cameriera (Maria Laura Rondanini) del Caffè. Ma, in realtà, il filosofo ha pochi margini per convincere lo scroccone sui valori veri della vita. Rameau, protagonista di se stesso, dice che «l’onore è una cosa vecchia», inneggia lo “stercus pretiosus” perché «l’importante è andare copiosamente tutte le sere al cesso», «quando le budella gorgogliano i rimorsi della coscienza sono deboli», «il grande delinquente ci elettrizza». L’elogio della finzione diviene così smascheramento dell’ipocrisia, del servilismo, dell’egoismo di una società e della società.
Rameau è talmente «malmesso» da insegnare clavicembalo (e la musica accompagna l’intera rappresentazione) pur non sapendone nulla, ma vantando il merito di non rovinare le basi a chi poi è costretto ad imparare tutto da capo.
Molto bravo Silvio Orlando, è una macchietta con la sua voce a metà fra il roco e l’afono, con il suo modo di camminare sciancato con qualche boccale di birra di troppo (tanto paga il filosofo), esilarante quando sale sul tavolo e mima le espressioni dei lecchini con la lingua fuori. Sembra che indossi una maschera ogni volta. E poi quella parrucca tutta spettinata che gli prude la fronte e ogni tanto si sposta, ma che rende perfettamente il suo essere un giullare. Forse diremmo che lo spettacolo si basa molto (e troppo) su Orlando, tanto da risultare di fatto un monologo dove i due attori e il clavicembalista hanno poca visibilità o, meglio, incisività. E, in qualche momento, lo spettatore accusa un po’ di stanchezza per poi ravvivarsi con Orlando.
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