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Vecchio 12-05-15, 07:36   #1
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Predefinito In mostra le "Città invisibili" di Garavatti

«In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi viene dal mare. Il cammelliere che vede spuntare all'orizzonte dell'altipiano i pinnacoli del grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave … Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d'una gobba di cammello, d'una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui basto pendono otri e bisacce di frutta candida, vino di datteri....».
Così descriveva Italo Calvino Despina una delle sue “città invisibili” con un fortissimo senso di attualità che la pittrice tiranese, Marilena Garavatti, ha colto e riproposto nel quadro “Le città e il desiderio: Despina”. La tela, da ieri, si può osservare a palazzo Pretorio a Sondrio dov'è stata inaugurata la mostra “Un diluvio di specchi”. Garavatti, da sempre grande appassionata di Calvino, ha scelto infatti di realizzare fra il 2014 e il 2015 cinque nuovi lavori ispirati per l'appunto a “Le città invisibili” che, nel capoluogo, espone appaiati ad opere che risalgono anche agli anni Settanta. Despina raccoglie l'attenzione, forte di un'urgenza che viene dai fatti di cronaca (gli sbarchi che la pittrice evoca senza esplicitarli): quella dei profughi e immigrati che, come il cammelliere, guardano la città, la vedono come una nave e sognano il mare e il marinaio che, invece, guarda la città e sogna il deserto. Un quadro simbolico accostato, in mostra, a “Mediterraneo” dipinto nel lontano 1970. Stupisce come l'abbinamento fra lavori di ormai quarantacinque anni fa e lavori attuali non strida, tutt'altro. Si nota una linea di continuità che è la “cifra” dell'artista. E Garavatti, tutto sommato, ritiene più interessanti oggi che ieri i quadri del suo passato. «Pur nella leggerezza e ironia, sono profondi di significato», ci rivela. Quanto a “Le città invisibili” Garavatti non ha voluto fare una descrizione delle città delineate dallo scrittore, ma un'interpretazione dei dialoghi fra Kublai Kan e Marco Polo dove si danno alla rappresentazione delle cose il senso simbolico e l'identità. «Lo stesso titolo “Un diluvio di specchi” rimanda all'elemento principe dell'identità – prosegue -, da quella di chi si guarda nell'acqua e si riconosce fino al riconoscimento sociale e alla psicanalisi, per cui uno sa chi è per il rimando che gli altri gli danno».
In “Le città e gli occhi: indizi non facciali” c'è una mucca con un vitello schermato, perché, come scrive Enrico Beretta nel catalogo, quando c'è il momento topico della nascita non ci si guarda in faccia. In “Le città e la memoria: Marilena” una figura anziana in controluce si perde, davanti a lei un'altra figura che vagamente assomiglia alla pittrice, il cui nome diventa una città.
E ancora in “Le città e i nomi: Leandra apprendista”, ispirata a Las Meninas, Garavatti «ripercorre attraverso un afflato immaginifico e puramente cromatico alcuni brani apparentemente secondari del gran dipinto del maestro Velasquez – scrive, invece, Marcello Abbiati -. Mentre le infante giacciono in una camera di specchi Marilena racconta le cascate iridescenti dei rasi, le translucenze dei broccati, le volute delle passamanerie o ancora la minuta brocca in coccio carminio che l'Infanta Margherita stringe nella mano destra. Con un'eleganza e una levità non comuni, Marilena attinge, incuriosita, all'immenso repertorio di gesti, pose, suggestioni e simbolismi che contribuiscono a fare del capolavoro conservato al Prado forse la più grande tela di sempre...».
E ancora in mostra, fra gli altri, i “Tarocchi” dove Garavatti ha voluto portare il riferimento al gioco combinatorio che pure piaceva a Calvino, “Esse est percipi”, “Altalene”, “Temenos”, “Boiserie d'epoca”. Le opere “Reperti di un altrove” e “Pietro II” sono state realizzate con la tempera all'uovo su tavola, come si faceva una volta schiacciando il minerale e impastando, lavorando su fondo fatto di colla di coniglio. Procedimento che ha ispirato l'intervento di Massimo Mandelli nel catalogo. Oltre ad Abbiati, Beretta e Mandelli, firmano con le loro considerazioni il catalogo anche Giorgio Luzzi, Graziano Tognini, Bruno Ciapponi Landi, oltre a “Furio Ungaretti” con il suo illuminante apocrifo sulla città invisibile, affascinante nella sua indecifrabile complessità, di Rimabella, al livello superiore soleggiata e aprica, al livello inferiore decorata e ricca di opere d'arte.
La mostra*rimarrà aperta fino al 24 maggio dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19, sabato e domenica anche dalle 10 alle 12.*
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