"Essere è niente. Essere è farsi"
«Essere è niente. Essere è farsi». Non conta o, meglio, non si può essere soltanto e semplicemente, perché l’io univoco non c’è o non lo abbiamo trovato. Essere, invece, è farsi come gli altri ci vogliono, indossare ogni volta una maschera diversa a seconda di chi si ha davanti, perché l’essere coincide perfettamente con ciò che gli altri vogliono vedere. In sostanza, “Come tu mi vuoi”, titolo dello spettacolo tratto dal testo di Luigi Pirandello portato sul palco del teatro Mignon di Tirano martedì sera.
Il tema pirandelliano della ricerca dell’identità è più che mai sondato in questa commedia che, ieri come oggi, risulta attuale. E se è un’attrice come Lucrezia Lante Della Rovere ad interpretare la protagonista Emma-Lucia il richiamo del pubblico non poteva che essere scontato. Non una poltrona libera e applausi scroscianti per lei. E per i “puristi” del teatro – quelli che partono prevenuti quando sul palco c’è un’attrice più cinematografica che teatrale – una bella sorpresa: Lucrezia è brava, oltre che bella. Bella da tenere con il fiato sospeso nella prima parte quando interpreta una ballerina spregiudicata, mantenuta da un vizioso scrittore, che intrattiene i clienti in un locale di Berlino, ma anche brava nel rendere la trasgressione e nel tenere alto il ritmo fra ubriacatura, sensualità e lesbismo. Ancora brava nella seconda parte quando diventa la “sostituta” moglie di un borghese italiano Bruno che, con il ritrovamento della consorte, tutela anche i suoi interessi patrimoniali, ed infine donna emancipata «e sola» alla ricerca della propria libertà.
Ma se il primo atto è sicuramente dinamico, caratterizzato dalle luci di cabaret, il secondo risulta più lento e legnoso con una chiusura più debole rispetto all’inizio.
«Io voglio essere “una” da molto tempo, una un po’ per me», dice Emma e allora «voglio scappare da me stessa e riprendermi la mia vita. Ma quale?». Appunto non ce n’è una e così, come fosse un burattino, sono gli altri a vestirla di nuovi abiti e metaforicamente di una nuova identità. Una vestizione che avviene nel frastuono e nella concitazione di ciò che è intorno al «corpo senza nome» e quasi senza volontà, che viene preso da qualcuno, ovvero il presunto marito Bruno, e dai parenti che continuamente e in maniera ossessiva la venerano, la abbracciano, le dicono: «Sei la mia Cia» (Lucia). Ma è solo un inganno, inganno per sé e inganno per gli altri. Una «demente» che potrebbe essere veramente Lucia – rappresentata da una carrozzella vuota – scardina tutte le congetture. E in questo intrico di incertezze, si smembra pure il concetto di famiglia ritratto nei “quadri umani” che alternativamente gli attori contribuiscono a comporre e scomporre con una scelta registica efficace. Insomma chi è Lucia? «Voi dovete dubitare di me. Non solo, io devo dubitare di me stessa».
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