La novità: il miele fai da te
La nuova frontiera della produzione di miele si chiama Kenya top bar hive, un’arnia dove le api producono tutto da sole, senza l’intervento dell’apicoltore che raccoglie il miele prodotto dalle api in modo naturale, com’era una volta, prima che i controlli – seppure rigorosi e dovuti – costringessero ad un diverso intervento dell’uomo nel processo.
Pioniere di questa tecnologia dell’apicoltura è Gianpietro Moltoni, per tutti Peter, di Villa di Tirano che, domenica al convegno agricolo a San Tomaso, ha presentato la sua sperimentazione al pubblico. «In Italia solo 2 o 3 apicoltori praticano questa tecnica, mentre in America è di moda – ha detto Moltoni -. Chi vuole uscire dagli schemi stressanti della società e dall’utilizzo delle arnie convenzionali può avvicinarsi a questo modello libero di produzione, senza telai e smielatori. La tecnica dà alle api la sensazione di essere tornate nella loro casa, dove fanno tutto quello che hanno sempre fatto con naturalezza, costruiscono favi, la covata e il miele. Per le api è come se si riscoprisse la loro origine selvatica, per cui sono più docili». Non si è inventato niente, però, con la top bar hive. L’arnia top bar è come quella di centinaia di anni fa con la differenza di essere ispezionabile, mentre quella di una volta non lo consentiva. Da questa arnia, infatti, si possono estrarre delle barre per i controlli. Visto che le api lavorano indipendenti e devono costruire la cera, la produzione di miele è inferiore rispetto al metodo convenzionale, ma la differenza sta nel piacere di sapere di offrire un prodotto “ecologico”, rispettoso del mondo delle api e ovviamente buono.
Per Moltoni si tratta di una sperimentazione questa, alla luce della grande esperienza dell’apicoltore che, con la moglie, possiede 500 alveari in provincia e fuori provincia. «Se dovessi ripartire da zero, adotterei questo metodo – dice -, che tutti potrebbero seguire visto che l’arnia può essere autoprodotta». Affascinante la dimostrazione di Moltoni domenica a San Tomaso quando si è avvicinato, senza maschera né altra protezione fatto eccetto un po’ di fumo, all’arnia kenyota, ha tolto il favo che è stato tagliato e fatto degustare ai visitatori con il miele appena tolto, ancora avvolto nella cera, senza essere né centrifugato né filtrato. Particolarmente gustoso il miele succhiato dalla cera, la quale invece rimane in bocca come un chewingum.
L’impressione è quella di un ritorno alla naturalezza di questo mestiere che oggi è diventato difficile, pressoché impossibile senza un iter formativo. Eppure solo 50 anni fa era considerato un lavoro semplice. Basta parlare con qualche vecchio che ha abitato la campagna per capirlo: racconterebbe che quando era giovane quasi ogni famiglia aveva degli alveari che sistemava in qualche avanzo di terra difficile da coltivare, le visite agli alveari si limitavano a quelle necessarie alla smielatura o poco più. Che questo sia ancora possibile?
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