Eyes wide shut fra sogno e realtà
La febbre è il filo rosso che corre lungo lo spettacolo “Doppio sogno. Eyes wide shut”, portato in scena alla sala don Chiari di Sondrio venerdì sera. La febbre che colpisce la figlia di Albert che muore, la febbre della follia di cui Albert per il dolore è vittima, la febbre metaforica che contagia la mente, la fa vaneggiare, sognare, volare, soffrire, sperare. E, in questo scenario di temperature alle stelle – fisiche ed emotive – c’è sempre qualcuno (generalmente una madre o la madre) che chiede: «Vuoi qualcosa di caldo?».
Non è semplice raccontare quello che gli attori dello spettacolo con la regia di Giancarlo Marinelli hanno rappresentato sul palco, né descrivere quello che gli spettatori hanno percepito in un’altalenante sviluppo di impressioni. Il riferimento al film di Kubrick c’è, ma soltanto in parte. Quello che il regista ha creato è qualcosa di diverso, pur sullo sfondo della città viennese. Il medico Albert Friedolin è messo davanti a paure che rivelano il disastro su cui si regge la società viennese d’inizio secolo. La crisi morale di Albert, come marito e come medico, rappresenta la crisi di un’intera società che si nasconde dietro a maschere per soddisfare i propri appetiti, pronta ad insabbiare ogni cosa pur di mantenere il proprio status, anche quando intorno ruotano misteriose sparizioni di bambini. Quella che Marinelli rappresenta è quasi una setta, per entrare nella quale occorre conoscere una parola d’ordine, che nasconde le debolezze della psiche umana. Soltanto nel momento di smarrimento, Friedolin ammette le proprie omissioni nei confronti dei suoi doveri di padre, marito e medico. Chiede perdono e la lettura di una storia – la stessa che Albert leggeva alla figlia quand’era viva e che ora la madre legge a lui – diventa il battesimo a nuova vita.
Ivana Monti, nel ruolo della madre, risplende per bravura e potenza espressiva fra gli altri interpreti, che non riescono a ricavarsi uno spazio convincente. Ricercato e teso a colpire l’impianto scenico. Quattro alte pareti grigie, che si appaiano e si allontanano sono l’escamotage usato per creare le diverse scene il cui cambio è sottolineato (nel primo atto) da un suono quasi (troppo) assordante oppure da un espediente: un uomo si affaccia sul proscenio e sgrida il pubblico prima perché un cellulare è suonato, poi perché uno spettatore ha tossito. Chiede silenzio e avvisa che lo spettacolo riprenderà dall’inizio. Una scelta di metateatro che, se la prima volta diverte, la seconda risulta un po’ pesante. Di fatto, sulle note della “Pavana” di Ravel, si consuma uno spettacolo “psicoanalitico” dove accadimenti e aspirazioni si confondono fra vita e sogno dove il possesso («Sei mio», viene più volte ripetuto o richiesto) dell’altro diventa un’esigenza (egoistica?) così forte da indebolire il sé.
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