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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 30-01-15, 07:56   #1
Abriga.it
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Predefinito Tre torri gemelle cadute ogni giorno

In Rwanda sono cadute tre torri gemelle ogni giorno per 104 giorni. Tutti si ricordano l’11 settembre del 2001 quando un attentato terroristico annullò il simbolo di New York, ma chi si ricorda o conosce cosa accadde il 6 aprile 1994 in Rwanda? Un milione e 174mila morti, un omicidio ogni dieci secondi, il più veloce genocidio della storia, che il mondo ha trascurato. Parte dal confronto con la tragedia della Grande Mela lo spettacolo che Marco Cortesi e Mara Moschini hanno portato in scena alla sala don Chiari di Sondrio, martedì sera per il Giorno della Memoria. Nel preambolo Cortesi si rivolge al pubblico dicendo che non sa definire il loro modo di fare teatro e neppure se sia un genere teatrale, ma, dopo averli ascoltati, ci si rende conto che è “Rwanda, Dio è qui” è un esempio interessante di teatro civile e di memoria. Uno di quei teatri che scuote le coscienze del pubblico seduto in sala, che vede davanti a sé scorrere le immagini di un «film», come lo chiama Cortesi, seppure sul palco non ci sia null’altro che i due attori. Nessun oggetto di scena, non serve. E così, quando lo spettacolo inizia, è Cortesi a delineare nella mente degli spettatori un’immagine che potrebbe aprire la serata – la stessa vista sulle locandine che si concretizza, con la suggestione, quasi fosse lì davanti a noi -: un machete lungo e affilato. Il genocidio del minuscolo Paese africano è quello fra due etnie: gli hutu che sono il 90 per cento del Rwanda e i tutsi che sono il 10 per cento. «È come se avessero un timbro sulla fronte», dice Cortesi, anche se pelle, occhi, lingua sono uguali. Ma il sangue è diverso, sostengono loro, quel sangue che viene versato senza tregua, che acceca la follia di uomini nell’uccidere senza distinzione uomini, donne e bambini definiti «scarafaggi»; la caccia avviene nelle paludi al suon di un fischietto giallo che annuncia l’assalto. In questo contesto Cortesi, con un’interpretazione appassionata e precisa, e Moschini, che alterna in maniera evidente toni della voce alti e sussurrati, raccontano la storia di due famiglie: da una parte quella di Cécile (tutsi) che con la figlia Sophie e il marito Paul scappa, dall’altra quella di Augustin (hutu) che uccide tutsi spinto dal cugino Emile, nonostante sua moglie Jolande sia tutsi e dunque per metà anche la figlia Monique. Succede che Paul viene ucciso, Cécile con Sophie scappa ed è Jolande a nasconderla nella soffitta di casa, prima di essere uccisa pure lei. Alla fine l’amore per quello che è solo un «essere umano» senza timbri o marchi vincerà nell’animo di Augustin che con Cécile salverà 10 persone e 13 bambini. Oggi Augustin e Cécile sono una famiglia con le loro figlie, che hanno 24 e 26 anni. Cortesi, rompendo volutamente la tensione emozionale creata nel pubblico dalla storia vera e tragica, legge al termine dello spettacolo la mail che Augustin gli ha scritto in cui racconta il caustico umorismo della gente del Rwanda in due barzellette. Un finale per smorzare i toni che si può o meno condividere, invece più efficace è l’epilogo, anche in questo caso per immagini, scelto da Cortesi: una fotografia ingiallita dal tempo che rappresenta una finestra con le sbarre, proprio come quella vista dalla soffitta di Cècile, con tanti puntini bianchi sulla carta, gli occhi di chi lì ha trovato la salvezza e l’umanità.
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