L'orrore della Risiera di San Sabba
La scenografia è ridotta all’osso – tre sedie sul palco vuoto -, perché questa non ha grande rilievo; quello che importa, quello che bisogna imprimere nella mente degli spettatori, tantissimi, che gremiscono la sala del teatro Vittoria di Ponte a testimonianza di quanto l’argomento Olocausto scuota ancora memorie e cuori, è il testo. Il racconto fra storia e teatro. Ecco quello che mercoledì sera è andato in scena con lo spettacolo “L’inferno dentro” tratto dal libro di Moreno Gentili portato sulle scene dall’attore di origini sondriesi Stefano Scherini insieme a Giovanna Scardoni, su organizzazione di biblioteche di Ponte e di Chiuro.
Nuda parola, cruda parola che, nell’interpretazione scelta da Scherini, manifesta un animo insensibile e indifferente, ma altamente cosciente e consapevole. Protagonista è Ludwig, medico italiano rimasto sempre fedele agli ideali del nazismo: durante la Seconda Guerra Mondiale opera prima a Berlino (dove lavora al programma «Aktion T4» per l'eliminazione dei portatori di handicap), poi alla Risiera di San Sabba, a Trieste, unico lager italiano dotato di forno crematorio. Sul palco la Storia con la “s” maiuscola va in scena raccontata attraverso la storia personale di Ludwig ad un interlocutore maschio ebreo (interpretato dalla Scardoni). Ludwig-Scherini – seduto sulla sedia, immobile, frontalmente al pubblico – sceglie un mono-tono che raramente si leva a picchi di emotività per lasciare parlare il testo. Che, di per sé, è un colpo all’anima. «Ho ucciso, ma per me questo è nulla – dice concedendo alla sua fissità solo qualche crudele ghigno -. Ho cancellato di loro ogni volto e ora non ne ricordo uno solo». Il medico spiega le sue motivazioni «nobili», «l’idea oscillante di superare l’invalidità del corpo», tali da giustificare il «laico macello», le torture finalizzate allo studio, alla costruzione di una Germania sana. Appena chiamato alla clinica, Ludwig si sente privilegiato di poter usare la «materia biologica», perché bisogna «difendersi dalla differenza biologica prima che politica». La prima fase – per noi spettatori folle in ogni caso – di uccidere per sperimentare diviene poi quella di uccidere per uccidere quando il medico viene chiamato alla Risiera a Trieste. Qui il racconto della soppressione si fa quasi sillabico da parte di Scherini (nonostante qualche incertezza, forse dovuta all’emozione di recitare nella sua Valtellina), ritmato dal battito delle mani di Scardone e intervallato da canti etnici e slavi. «Mi hanno detto di uccidere senza condizioni? Io ho obbedito». Per il medico questo basta. Non ha timore nel definirsi un mostro, un assassino. Invece non ammette – ed è l’unico momento in cui Scherini si eleva dalla rigidità del personaggio che ha scelto di interpretare – di essere chiamato «predone», lui è un «soldato di guerra», rivuole il suo onore di combattente. Un carnefice certo, ma nell’indifferenza generalizzata della popolazione civile che vede e sa quello che succede a San Sabba ma nulla dice. Responsabilità individuale e responsabilità collettiva escono alla fine. «Ecco avete capito ora - chiede Ludwig al pubblico, ora in piedi -?, Ma io non scappo da quest’inferno dentro». Gli spettatori, che hanno seguito lo spettacolo senza fiatare per oltre un’ora, applaudono. Ma non è il tempo degli applausi, oggi è il tempo della memoria.
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