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Degne di nota La notizia in tempo reale....... o quasi

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Vecchio 18-03-13, 14:09   #1
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Predefinito Destini e ambizioni viaggiano sull'Occidental Express

Un semaforo verde o rosso che scandisce fermate e partenze, un bidone che diventa megafono per annunciare il treno, confine su cui orinare o tavolino di un vagone di lusso, panchina su cui sedersi o bagaglio da lanciare da un camion. Null’altro sulla scena del viaggio incrociato di destini e ambizioni di “Occidental Express” lo spettacolo portato in scena al teatro Frassati di Regoledo di Cosio sabato sera. Il nuovo lavoro del laboratorio teatrale del Quadrato Magico è una riconferma, ma anche un’ulteriore conquista di qualità. Il tema migratorio è caro alla regista Gigliola Amonini; dell’autore del testo Matei Visniec il pubblica ho conosciuto due anni fa “La donna come campo di battaglia”, ma questa volta c’è un “in più” che fa la differenza: una regia sempre più professionale tanto che due ore di spettacolo – con scene, anche semanticamente intense, – volano, un gruppo di attori affiatato da cui emergono alcune punte di notevoli doti interpretative, l’apparato luci di Maurizio Natali contestualizzato e capace di ricreare l’asfissia della prigionia, il sogno di libertà, l’impatto estetico ed emozionale dei colori occidentali. Lo spettacolo procede per dodici quadri, ma non ci sono interruzioni. È un unicum drammaturgico in cui si accostano l’emblema mitico ma reale dell’Orient Express a quello desiderato ma immaginario dell’Occidental Express. Il filo rosso del viaggio attraversa lo spettacolo e la metafora più indovinata è il treno ricreato con un appendiabiti che si anima di viaggiatori muti o zoppi, con infanti o soli. Viaggiatore exemplum un vecchio cieco che ha fatto la guerra, che peregrina per i Paesi orinando sulle frontiere – 17 quelle su cui ha «pisciato» -, ma quando pensa di aver finito con una regione, «all’improvviso appare un paese indipendente. Al diavolo!». Frontiere che sbocciano come fiori in un mondo dove non dovrebbero esistere più e che quell’Espresso, che il cieco vorrebbe toccare e che soltanto nella finzione riuscirà a fare, illude di abbattere. All’interno di questo iter migratorio c’è la prostituta che cerca di adescare un americano («bring me with you») mentre la mamma la continua a chiamare perché il figlio ha la febbre, c’è la figlia che vuole convincere il padre traditore a scrivere un libro («l’unico tuo capitale è avere tradito»), ci sono due ombre gettate da un camion alla ricerca di una nazione comune verso cui guardare, due donne scaraventate in una cella che pensano alla libertà, la donna (morte) che cerca lavoro perché conosce l’ultima parola di chi muore. E c’è un mondo che va rotoli (un pallone-mondo sul palco) dove i colori delle etichette occidentali hanno agito sull’immaginazione dei comunisti cui piaceva solo il rosso della loro bandiera per cui non c’è stata «lotta di idee» fra occidente e oriente, ma bombardamento cromatico. Infine esiste un «popolo fluido» con la capacità di imitare, senza tracce culturali, il cui prezzo pagato è: originalità e creatività zero. Siamo sicuri che le frontiere ci siano ancora? Siamo così diversi? Lo spettatore, uscendo dalla sala, se lo chiede.
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