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Vecchio 22-09-09, 07:01   #1
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Predefinito Teatro al lago, "pacchetto all inclusive" fra sorriso e riflessione

Quando il teatro fa rima con l’ambiente in cui si svolge: non un palcoscenico al chiuso, ma all’aperto fra prati, stalle, vecchie case rurali, una cava di ghiaia e un terrazzo sul lago; quando il teatro fa rima con il movimento che caratterizza anche lo spettatore: non seduto sulla poltrona, ma in sella alla bicicletta per seguire le vicende.
Questa l’originale – e possiamo dire senza ombra di dubbio – vincente formula della rappresentazione “Racconti del prestino. Storie di uomini, bestie e fantasmi” che è andata in scena domenica sul lago di Poschiavo per organizzazione della Pgi e la regia della valtellinese Gigliola Amonini e di Valerio Maffioletti. Liberamente tratto dall'opera narrativa di Massimo Lardi, lo spettacolo è un gradevole e divertente connubio di più fattori: recitazione, scenari naturali e all’aperto, avvicinamenti obbligatori per gli spettatori in bicicletta o calesse. Così originale che i “Racconti” presentati in due fine settimana ad agosto sono stati riproposti – riscuotendo ancora il tutto esaurito – domenica mattina e pomeriggio. E se per i poschiavini l’emozione è a fior di pelle nel riconoscere nomi e leggende, per chi viene da fuori è una bella scoperta la sperimentazione articolata in più location, frutto di una sapiente regia e di un lavoro di organizzazione e coordinamento non indifferente. Si parte dal parcheggio de Le Prese con la propria due ruote alla volta di Cantone dove si tiene il più delle scene in diversi angoli della contrada. Nel prato un reinventato albero, non degli zoccoli ma delle scarpe, attende il pubblico. Giovanni Luzzi, pastore protestante, propina a tutti il messaggio che serve un po’ da ambientazione cronologica e sociale : siamo un periodo di povertà, sembra dire, dove tutte le scarpe si tengono anche quelle cui è stata cucina al contrario una buffa propaggine. Quello che il pubblico si troverà a fare durante il “tour organizzato” (accompagnato da due biker hostess) è un viaggio nel tempo infatti. L’atmosfera pensosa subito si smorza dall’esilarante entrata del “segnatore di tiro” con i panni della confraternita del Carmelo e la bandiera svizzera che mette sull’allerta tutti visto che il prato è zona di esercitazione di tiro. Il pubblico si abbassa per la paura di farsi sfiorare dalle pallottole e poi – accompagnato come in ogni tappa anche dalla musica – raggiunge la scena dei bambini davanti a mucchi di fieno, dove la nonna è alle prese con il monello Carletto. Il nipotino si è intestardito a voler aprire il baule dello “Smitin” e, solo quando la nonna se ne va, i piccoli – chi a piedi scalzi sulla sabbia, chi in zoccoli o scarponi – aprono il baule da cui esce il fantasma di Smith, «valido imbianchino con il vizio del bicchierino», per questo ricordato da tutti e che – con voce camuffata dal vino e naso paonazzo su viso cinereo – fa ridere con le sue semplici battute. Dal faceto al serio con la scena in cui si ricorda la morte di papà Domenico e poi di nuovo virata comica – passando per una stalla – con un improbabile don Mario che consiglia alle donne di non portare le mucche alla stazione di monta, perché ora c’è la fecondazione artificiale. Le donne si convincono anche se a loro scappa: «Niente toro, povere vacche». In una vecchia stalla ora riadattata donne del passato ricevono una cartolina e raccontano la storia di Pio il miracolato, salvato da piccolo, e poi emigrato. Un alone di religiosità e riverenza aleggia sulla rappresentazione con la processione della Madonna del Carmelo seguita e cantata dal pubblico come fosse vera. Ed è questo coinvolgimento – quello del pubblico che si sente parte della storia e dei registi che, come spettatori, siedono fra loro e ripetono a fior di labbra le battute dei loro attori - a rendere ancora più verosimile il racconto, come quando si deve eleggere il maestro per la scuola (un tempo era infatti il Comune a doverlo nominare) che – come un sindaco o podestà – fa la sua arringa. Vince il maestro raccomandato, come sempre accade, e il pubblico divertito fischia. Di nuovo in sella alle bici si va alla montagna di ghiaia dove si racconta l’emigrazione forzata dei poschiavini che, dovunque, sono andati si sono distinti per dignità, lealtà e coraggio, seppure i francesi arrivati sul cavallo gridino a gran voce “liberté, legalité, fraternité”. Dalla cava – intuizione interessante quella di averla sfruttata a fini teatrali con un’ambientazione quasi da film - in bici il pubblico raggiunge le sponde del lago di Poschiavo dove un vecchio per tanto tempo ha atteso il ritorno del figlio che non tornò e la roccia a picco sul lago ricorda il suo nome. Sono due ragazze su un’altalena e con rose in mano a narrarla rievocando sentimenti di nostalgia e di puro tormento. La rappresentazione volge al termine sul terrazzo dell’albergo Le Prese dove si sono tenuti in passato balli e momenti di gioia, ma dove si è assistito anche tragedie come quella del rovesciamento di una barca, ora affievolito dal delicato canto di “una” Maria che raggiunge gli spettatori su una barchetta sul pelo dell’acqua. Siamo alla fine, gli attori si avvicinano al terrazzo in stupendi abiti della Bella Epoque e sanciscono la chiusura della rappresentazione in cui il “pacchetto all inclusive” ha fatto la differenza. «Camminando si apprende la vita – dicono -, camminando si incontrano le persone, camminando si sanano le ferite, camminando si cerca la vita. Niente può cancellare il segno del cammino percorso». Un messaggio in itinere, come lo stesso spettacolo è stato, con un’apertura positiva a quello che verrà, forti di quello che è stato, sia nella gioia che nel dolore.
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