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Baby sitter e attore... che fatica
Anche lui – Mario Poppins – come la discendente Mary Poppins, plana sulla casa dei bimbi da curare volando con un ombrello. Quello di Mary, lo ricorderemo, era nero, mentre quello di Mario Poppins, nome d'arte del bambinaio Giacomo Occhi, è multicolori. Ma anche Mario-Giacomo di lavoro fa il baby sitter e, di secondo lavoro, l'attore. Mestieri, a dire il vero, che nessuno riconosce come tali. Il baby sitter, insomma, è professione femminile per eccellenza e i maschi vivono una discriminazione in questo campo. L'attore? Beh, come far niente. Così pensa la gente...
Parte da qui lo spettacolo “Mario Poppins. Storia di un ciliegio che voleva diventare attore”, rappresentato a Bianzone mercoledì sera all'interno del Teglio Teatro Festival Valtellina. La rassegna teatrale, questa volta, si è spostata alla casa vinicola “La Gatta”, il cui portico è diventato per l'occazione uno spazio teatrale che ha raccolto tantissime persone, i “fedeli” del festival, ma anche i tanti che conoscono Occhi e ne hanno apprezzato negli anni scorsi le esibizioni. Occhi racconta le sue vicissitudini legate al lavoro di “tato” facendo ridere il pubblico con le sue gag nelle quali è impareggiabile. Elenca la tipologia di mamme con cui ha a che fare: quella “vivi e lascia vivere”, quella “faccio tutto io”, quella che odio il figlio e quella per il quale è un genio, fino alla più terribile, la mamma maniaca dell'igiene che costringe il bambino ad andare al parco con i guanti di lattice. L'attore milanese – il padre è bormino – conduce per mano il pubblico nelle stranezze e storie che racconta ai bambini, perchè «fare il bambinaio tiene allenata la fantasia», trasformando simbolicamente un ombrello in un remo, uno strumento musicale, un martello pneumatico, un telefono, un volante e uno skilift. Oltre all'ombrello, oggetto simbolo dello spettacolo, sul palco improvvisato ci sono alcune cassette di plastica colorate che Giacomo compone e scompone per salirci, scendere, appoggiarsi, sedersi. Lo accompagnano in questa avventura i due musicisti complici di alcune battute, Andrea Errera alla chitarra e Jacopo Soler al flauto traverso, i quali – come rivelerà Giacomo alla fine – oltre a suonare con un telecomandino coordinano anche le luci. Le parti comiche sono quelle in cui Occhi indubbiamente brilla, mentre in quelle riflessive il ritmo (e l'attenzione) rallenta un po'. E così il baby sitter spiega ai bambini la crisi di valori, il senso della fatica e della responsabilità, per poi sentirsi in difficoltà davanti alle domande del ragazzino su chi siano Dio e Google, su come svolgere un problema di matematica di quinta elementare che pare una disequazione di scuola superiore o montare una navicella Lego con due libretti di istruzioni. Esilarante la parte in cui l'interprete descrive l'organizzazione dei saggi teatrali a scuola e del faticoso ruolo dell'albero, invitando il pubblico ad emularlo alzando le mani. Si ride di gusto e di cuore certo, ma alla fine la parola “figlio” - quella verso cui anche un giovane baby sitter-attore mira – viene reiterata fra preoccupazione (di non essere in grado di poterne mantenere uno con queste condizioni di lavoro) e ostinazione a non mollare. |
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