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Quando il nero inghiotte il rosso
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«Cosa vedi?», domanda Marc Rotkho, «Rosso», risponde l’allievo. Rosso come il battito del cuore, rosso come una barbabietola, rosso come un tupilano, rosso come Babbo Natale o come Satana. Basta un «briciolo di rosso per rendere tutto più sopportabile». Rosso è «la volontà di sopravvivere».
“Rosso” (Red) di John Logan, ispirato alla tormentata esistenza del pittore americano esponente dell’espressionismo astratto, che ha fatto tappa a Sondrio lunedì sera, è una pennellata decisa nel cuore dello spettatore. Potente e quasi catartica come quelle con cui Ferdinando Bruni (Rotkho) e Alejandro Bruni Ocaña (assistente) ricoprono una tela bianca nel centro della scena. E’, forse, una delle prime volte che l’arte sale sul palcoscenico in modo così diretto e che il teatro parla dell’arte. Lo spettacolo, prodotto dall’Elfo, ne offre uno spunto intelligente grazie ad un testo denso, reso “comprensibile” dalle doti dei due attori, in cui gli spunti di riflessione sono tanti: per essere artisti bisogna essere civili, la pittura è puro pensiero, un quadro va protetto e mandarlo al mondo è rischioso, la cosa importante è la tragedia che si nasconde dietro ogni pennellata. Dalla riflessione sulla funzione del colore prende piede, infatti, una meditazione, prima sull’evoluzione dell’arte come processo dialettico tra idea e fisicità, quindi sul lavoro più specifico degli astrattisti espressionisti e sul senso di un’attività artistica che non deve assolutamente essere estetica: «carina e utile all’arredamento - come dice Rothko con disprezzo -. L’arte dell’oggi è usa e getta», chi dipinge per soldi fa affari non arte. Invece l’arte deve essere «vera», «al di là del presente», deve farti pensare. I quadri hanno bisogno di un luogo dove il pubblico li possa contemplare, come fosse un tempio. Ogni quadro cerca la sua luce, e non quella en plein air degli impressionisti che stanno nella natura come una «vacca». Pensieri che evolvono nello spettacolo come evolvono – anche in maniera inversa – i personaggi: Rotkho, «prepotente ego maniaco» pare maestro e padre mancato dell’assistente, ma poi questi ruoli decadono e sarà l’assistente a rivelare a Rotkho che ordine e caos hanno bisogno l’uno dell’altro, che l’antropomorfismo cromatico è uno stereotipo. Rotkho ha ucciso il cubismo, ma ora anche l’espressionismo astratto viene ucciso dalla pop art. Il mondo continua, l’arte continua e hai i suoi limiti. Per l’allievo non c’è più spazio nell’atelier di Rotkho perché la vera vita è là fuori. «Fai qualcosa di nuovo», sono le ultime parole di Marc prima che il nero – «diminuzione di luce e oscurità» (anche di fama) – inghiotta il rosso. |
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