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"La mia nuova vita in carrozzella"
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«Poverino», «che sfortunato», «ma come hai fatto a finire su una carrozzella? Mi spiace per te». Stimolati dalle domande dell’atleta paralimpico, Vittorio Podestà di Chiavari, gli studenti delle scuole dell’Istituto comprensivo di Tirano hanno reagito con queste parole all’incontro con il ciclista che, nella categoria H2 dell'handbike, ha vinto due bronzi individuali e un argento a squadre ai Giochi di Londra 2012. Ma era proprio questo che Podestà voleva. Cercare di capire da loro cosa pensassero dei disabili, come si approcciassero nei loro confronti e, soprattutto, superare la barriera della differenza fisica, della diversità in senso lato. Perché Podestà, nonostante sia su una carrozzella, di energia, vitalità, determinazione, tenacia ne ha da vendere. Con quella sua voce decisa che lascia trasparire un carattere forte, si è rivolto agli studenti per sviluppare in loro una consapevolezza più matura di chi non è come loro. E lo ha fatto proponendo brevi filmati da brivido sugli atleti paralimpici a Londra: una ragazza con gamba artificiale che fa un salto in lungo, un cieco che fa una mossa di lotta libera, una persona con una gamba sola pedalare, un nuotatore senza gambe.
Ci vuole volontà «Poverini, che coraggio», hanno detto i ragazzi. E invece no, ha risposto Podestà. «Non siamo dei “poverini”. A me, ad esempio, piace molto più la mia vita adesso che sono su una sedia a rotelle. Qui non ci vuole coraggio, ci vuole volontà. Allo sport non importa come sei fatto, importa chi sei». L’atleta ha cercato di spiegare che è un errore giudicare gli altri in base al canone della bellezza e che il concetto di bello non è quello che si vede in tv, per intendersi. Anche gli atleti paralimpici – quasi dei superuomini – sono belli, sono dei “duri”. La nuova vita Podestà soltanto alla fine ha parlato della sua prima vita quando era normodotato con una carriera di ingegnere davanti e della seconda vita quando dopo un incidente automobilistico rimane paralizzato. Subito la decisione di investire nell’agonismo. Ed è qui che l’atleta ha affrontato il tema della morte: «E’ peggio morire o rimanere in carrozzina - ha chiesto ai ragazzi -? Perdere la vita è la cosa più grave di tutti, perché non si esiste. Non è che la vita da disabile sia così brutta, talvolta ci dimentichiamo di esserlo. Ci sono tanti “poverini” normodotati che della loro vita non sono contenti e non si sentono realizzati, eppure non si muovono su una carrozzina e hanno braccia o vista». |
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