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Abriga.it 02-08-10 06:44

L'aria di AmbriaJazz
 
L’aria, il dichiarato file rouge di AmbriaJazz Festival, ha voluto essere presente a tutti i costi venerdì sera al castel Grumello a Montagna dove ha spirato sul numeroso pubblico assiepato per il doppio spettacolo della rassegna: teatro prima, concerto poi. L’aria, si diceva. Ma anche la luna che fra l’arco del castello è sorta e ha accompagnato una serata poetica all’inizio, con la “prima” di “Marea, la vita in ogni respiro” di Cada Die Teatro, e tremendamente scoppiettante alla fine con i Gatti Mèzzo. “Marea” è il frutto di un lavoro condotto dalla compagnia cagliaritana provato per tre giorni al castello, un lavoro che rispetta le peculiarità di Cada Die: un teatro il più vicino possibile alla realtà, la centralità dell’attore come l’elemento principale della sua poetica teatrale, temi forti e vicini al vissuto con linguaggi semplici e comprensibili, con inserzioni dialettali (logudurese e lombardo a cozzare simpaticamente) e, forse, qualche “parolaccia” di troppo. Sulla scena nel ruolo di due marinai Pierpaolo Piludu, concentrato e fluido, e Giancarlo Biffi, un pelo tentennante. Alle loro spalle un fantastico Tommaso Novi che, con pianoforte e fischio, ha saputo scandire i passaggi dello spettacolo. L’aria, di cui dicevamo, è quella di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere; anche l’ossigeno contenuto nelle particelle d’acqua fondamentali per una principessa del mare. Quella “Marea” che i due marinai incontrano e di cui si infatuano, dopo una sbronza a base di rum. La rappresentazione parte così poeticamente per poi, con un flashback narrativo, toccare invece il tema dell’emigrazione clandestina, affrontato con umanità. Ben Bum Bum sentendo dei rumori nella stiva della nave pensa alla presenza di topi, invece sono quattro clandestini che, insieme all’amico Feli Peli d’Oro, decide di aiutare. Ma il capitano getta a mare gli africani. La disperazione è forte nei due marinai, tanto che una volta cacciati a terra l’incontro con la “principessa bambina” cura le loro ferite. Lo spettacolo vira, nel racconto della storia di “Marea”, (troppo) al fiabesco – ricorda a momenti la Sirenetta di Andersen – finché l’onda (emotiva) si infrange e la marea refluisce portando via sogni, desideri, speranze.
A spezzare la dimensione onirica dello spettacolo ci pensano subito dopo i Gatti Mèzzi – ovvero “roba da gatti mézzi”, la cosa peggiore che possa capitare -, il duo pisano formato da Francesco Bottai (chitarra, voce) e Tommaso Novi (pianoforte, voce e fischio) a cui si aggiungono Mauro Capecchi al contrabbasso e Matteo Consani alla batteria. Simpatici e irriverenti, Novi e Bottai danno una sferzata alla serata come – giusto per restare in tema - gatti fradici che cantano in vernacolo toscano e strizzano l’occhio al jazz ed allo swing. Da “Portami a pescare”, in cui si ironizza su chi abbandona il mare per recarsi in montagna, a Morandi, ritratto di un vagabondo alcolizzato e della sua tragica fine, da “Fra l’arioporto e la stazione”, con la descrizione della frenesia della gente che corre e si ammassa, alla surreale “Se”, fino alla stupenda “Caciucco Blues” in cui si respira (eccola l’aria ancora una volta) l’umorismo, l’ironia tipica del loro stile cantautoriale. Il pubblico ride su questo insistito antagonismo fra pisani e livornesi, fra pisani e fiorentini, storie universali ma qui tanto scanzonate.


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