Abriga.it
28-10-14, 07:50
Per la comunità è stata un’emozione rivedere, dopo il restauro, il “proprio” crocefisso ligneo, datato fine Quattrocento-primo Cinquecento, tornare a casa, ovvero nella chiesa parrocchiale San Fedele. Sabato sera si è tenuta la cerimonia di scoprimento dell’opera, cui ha lavorato per mesi il restauratore Luca Quartana con la sua equipe, grazie al contributo economico dell’amministrazione comunale (l’operazione è costata sui 20mila euro) cui è andato il ringraziamento del parroco, don Livio De Petri. Il sindaco, Giovanni Piasini, ha ribadito la vicinanza del Comune alla parrocchia che, dal canto suo, prosegue nell’opera di recupero e valorizzazione del patrimonio della Chiesa, oltre che di evangelizzazione.
E se l’incontro con Quartana, che illustrerà il lavoro fatto al crocefisso, si terrà a gennaio, sabato sera il parroco ha voluto invitare don Andrea Straffi, responsabile diocesano dei Beni culturali, che ha proposto una lezione teologica-artistica e una riflessione sul senso della Croce in un viaggio fra le rappresentazioni del crocefisso nell’arte. Don Straffi si è soffermato non sull’aspetto espressivo e tecnico, ma su quello religioso e teologico per favorire la “via pulchritudinis”, ovvero la via della bellezza. «La croce è il segno che identifica i cristiani – ha detto -, ma non sempre è stato segno così. Nei primi secoli del Cristianesimo non si trovava quasi mai la croce, c’erano simboli che richiavamo Gesù come il pesce, il cui nome greco rimanda a Gesù o l’àncora che è segno di speranza, oppure una nave il cui albero allude alla croce. La croce era un simbolo troppo scandaloso, c’erano quasi vergogna e pudore a far vedere che il nostro Dio era stato messo sulla croce. La più antica immagine di Cristo crocefisso è blasfema: è il graffito del Palatino rinvenuto sul colle Palatino, in cui c’è il disegno di un uomo crocefisso con la testa di asino. La più antica immagine cristiana, invece, è una placchetta in avorio, conservata al British Museum, che racconta gli episodi della Passione». Dal V secolo la croce sottolinea l’aspetto glorioso e vittorioso della redenzione di Gesù, strumento di potenza come il Cristo milite di Ravenna del VI secolo. Nel ‘700 ancora il crocefisso non dà impressione di sofferenza. Il volto santo del IX-XII secolo nella cattedrale di Sansepolcro (Ar) è il crocefisso in legno più antico, con uno sguardo con grandi occhi che guardano verso il basso e pongono un rapporto diretto con i fedeli che lo guardano. In Valtellina a Sondalo è datata XI secolo la croce detta Romit, dove Gesù è coperto da una lunga tunica, con mani e piedi di una sproporzionata lunghezza. Ai piedi c’è una persona accovacciata con una mano sul volto. Soltanto in seguito, dunque, si nota l’aspetto umano e terraneo di Cristo che è un uomo che soffre. Lo stesso che si può rintracciare nel crocefisso di San Fedele dove evidente e commovente è l’umanità.
E se l’incontro con Quartana, che illustrerà il lavoro fatto al crocefisso, si terrà a gennaio, sabato sera il parroco ha voluto invitare don Andrea Straffi, responsabile diocesano dei Beni culturali, che ha proposto una lezione teologica-artistica e una riflessione sul senso della Croce in un viaggio fra le rappresentazioni del crocefisso nell’arte. Don Straffi si è soffermato non sull’aspetto espressivo e tecnico, ma su quello religioso e teologico per favorire la “via pulchritudinis”, ovvero la via della bellezza. «La croce è il segno che identifica i cristiani – ha detto -, ma non sempre è stato segno così. Nei primi secoli del Cristianesimo non si trovava quasi mai la croce, c’erano simboli che richiavamo Gesù come il pesce, il cui nome greco rimanda a Gesù o l’àncora che è segno di speranza, oppure una nave il cui albero allude alla croce. La croce era un simbolo troppo scandaloso, c’erano quasi vergogna e pudore a far vedere che il nostro Dio era stato messo sulla croce. La più antica immagine di Cristo crocefisso è blasfema: è il graffito del Palatino rinvenuto sul colle Palatino, in cui c’è il disegno di un uomo crocefisso con la testa di asino. La più antica immagine cristiana, invece, è una placchetta in avorio, conservata al British Museum, che racconta gli episodi della Passione». Dal V secolo la croce sottolinea l’aspetto glorioso e vittorioso della redenzione di Gesù, strumento di potenza come il Cristo milite di Ravenna del VI secolo. Nel ‘700 ancora il crocefisso non dà impressione di sofferenza. Il volto santo del IX-XII secolo nella cattedrale di Sansepolcro (Ar) è il crocefisso in legno più antico, con uno sguardo con grandi occhi che guardano verso il basso e pongono un rapporto diretto con i fedeli che lo guardano. In Valtellina a Sondalo è datata XI secolo la croce detta Romit, dove Gesù è coperto da una lunga tunica, con mani e piedi di una sproporzionata lunghezza. Ai piedi c’è una persona accovacciata con una mano sul volto. Soltanto in seguito, dunque, si nota l’aspetto umano e terraneo di Cristo che è un uomo che soffre. Lo stesso che si può rintracciare nel crocefisso di San Fedele dove evidente e commovente è l’umanità.