Abriga.it
19-06-13, 07:42
Alle spalle 9mila ore di volo, mentre nel solo mese di maggio ha effettuato all’incirca 70 interventi di soccorso sulla catena dell’Himalaya volando con il suo elicottero italiano, portato in Nepal a pezzi e poi ricostruito. E solo qualche settimana fa, dopo due giorni di tentativi in volo ad altissima quota, è riuscito a portare un soccorritore oltre i 7000 metri e a depositarvi una barella. Il velivolo ha trascorso la notte al campo base dell’Everest – fatto mai accaduto prima - realizzando anche l’avviamento più alto del mondo.
Maurizio Folini dal Nepal ha fatto rientro nel suo paese, Chiuro, dove è nato e cresciuto (ma ha studiato Agraria in Svizzera) e dove lo hanno atteso la moglie, di origine tedesca, e due figli di 12 e 13 anni, molto orgogliosi del papà. Maestro di sci, guida alpina e pilota, Folini trascorrerà dunque quattro mesi in Valtellina prima di ripartire per il Nepal. Durante l’estate volerà fra la Valle e l’Engadina per il trasporto di materiali o persone, ma intanto la mente è ancora a 8000 metri dove, insieme a Simone Moro (alpinista e aviatore bergamasco), ha organizzato da tre anni a questa parte un’attività di soccorso alpino d’alta quota. «E’ come una malattia contagiosa – racconta -. Quando vai in Nepal, non riesci più a staccartene».
Il tutto è nato quando, dopo aver preso il brevetto di pilota in America e sostenuto ulteriori esami in Europa, per caso Maurizio ha conosciuto Simone Moro al corso di aggiornamento di guide alpine del collegio lombardo. Entrambi alpinisti, entrambi appassionati di volo. E voilà Simone Moro ha lanciato l’idea «un po’ folle», ammette Folini, di andare sull’Himalaya a migliorare la tecnica di soccorso e sono partiti. «A fare la differenza è proprio la tecnica – sostiene Folini -. I piloti nepalesi sono bravi ma a loro mancano quelle finezze nell’approccio alla montagna che abbiamo noi europei. Sulle Alpi usiamo la corda per il trasporto del materiale che facilita i soccorsi con il gancio baricentrico, la cosiddetto “long line” che i nepalesi non hanno. Oltre ad essere pilota il vantaggio è che sono anche alpinista e so quello che ci si può aspettare in montagna. Capisco che se non vai a recuperare un alpinista in montagna, questo ci lascia le penne. Se un pilota è solo pilota senza questa attitudine, si ferma prima. Il nostro lavoro si suddivide fra l’insegnamento del soccorso e gli interventi che vengono fatti soprattutto in alta stagione, ovvero fra aprile e maggio». Stiamo parlando di aree amplissime. È come «essere una mattina sulle Dolomiti e al pomeriggio sul monte Bianco», dice Maurizio che ha deciso con Simone di smontare l’elicottero italiano, caricarlo in casse di legno, inviarlo a Katmandu e rimontarlo là. «La parte burocratica della spedizione è stata più difficile che fare soccorso a 8000 metri - scherza il pilota -. Il fatto è che ci piaceva l’idea di avere un team italiano per cercare di far qualcosa di bello. Generalmente siamo in due o tre a rotazione fra pilota, guida alpina o tecnico di soccorso e il tecnico di manutenzione, ma la nostra ambizione è quella di poter contare su un gruppo sempre pronto al momento del bisogno. Attualmente ci appoggiamo alla ditta nepalese Fishtail Air. Ci sono cinque ditte di elicotteri, di cui solo due fanno soccorsi ad alta quota. Gli interventi sono poco pianificabili perché dipendono dalle condizioni atmosferiche, dalle distanze e dalla logistica, ma ci possono volere anche tre giorni». Tre giorni che comportano costi di recupero per l’assicurazione anche di 70mila dollari. «Dal Dhaulagiri abbiamo portato a casa 12 persone, ma non ce l’ha fatta uno spagnolo che ha passato 3 giorni a 7mila metri con una frattura esposta. Per la prima volta nella storia, dei soccorritori con le bombole di ossigeno sono stati portati a 7mila metri per raggiungere l’uomo e da lì sono saliti con le corde». Folini, che dice di amare l’ambiente internazionale che si respira in quei posti, non dà nulla per scontato. «Ci vuole concentrazione sempre quando voli – conclude -, ma tutto sommato non è un’esperienza ad alto pericolo. Quasi quasi si rischia di più sulla statale 38 tutti i giorni…
Il Circo
Venti elicotteri sono pronti a volare con partenza da Katmandu ogni giorno, ma nelle giornate di alta stagione quando i turisti affollano l’Himalaya ci sono anche 7 o 8 elicotteri che volano insieme sul cielo nepalese.
Il fatto è che laggiù (o lassù) «ci sono più turisti che alpinisti – racconta il pilota di Chiuro, Maurizio Folini -. L’Everest è diventato un circo. Ci sono ancora alpinisti bravi che fanno la normale dell’Everest a livello alto, ma il numero è basso. La maggior parte è fatta di turisti che si appoggiano a spedizioni commerciali». Le operazioni di soccorso interessano turisti, alpinisti, anche i trekker a quote più basse ed ora anche gli sherpa sono coperti da assicurazione.
«La Fishtail Air si accorda con le assicurazioni e noi ci muoviamo quando l’assicurazione non ci ha dato l’ok. Ci sono problemi da risolvere: molte volte parecchi alpinisti sfruttano l’assicurazione per farsi portare a valle, anche se sarebbero potuti scendere a piedi. Forse la creazione di un medical check point dove filtrare gli alpinisti e selezionare la priorità di richieste potrebbe essere utile. Altra innovazione è che gli alpinisti, in futuro. dovranno presentare un curriculum delle cime raggiunte, almeno due ottomila, per poter partecipare ad una spedizione».
Folini non se la sente di criticare la situazione nepalese. «Una sera che ne stavo parlando con amici nepalesi, questi mi hanno chiesto: “Ma voi cosa avete fatto sulle Alpi?” Anche noi abbiamo sbagliato, ora lo abbiamo capito. Anche oggi il nostro elisoccorso alpino fa interventi che forse non sarebbero necessari. Quanto al Nepal il turismo alpinistico ha portato anche i suoi vantaggi: sentieri più puliti, rifiuti portati a valle, rifugi ben attrezzati la maggior parte wi fi, il cellulare ha il segnale fino al campo base».
Maurizio Folini dal Nepal ha fatto rientro nel suo paese, Chiuro, dove è nato e cresciuto (ma ha studiato Agraria in Svizzera) e dove lo hanno atteso la moglie, di origine tedesca, e due figli di 12 e 13 anni, molto orgogliosi del papà. Maestro di sci, guida alpina e pilota, Folini trascorrerà dunque quattro mesi in Valtellina prima di ripartire per il Nepal. Durante l’estate volerà fra la Valle e l’Engadina per il trasporto di materiali o persone, ma intanto la mente è ancora a 8000 metri dove, insieme a Simone Moro (alpinista e aviatore bergamasco), ha organizzato da tre anni a questa parte un’attività di soccorso alpino d’alta quota. «E’ come una malattia contagiosa – racconta -. Quando vai in Nepal, non riesci più a staccartene».
Il tutto è nato quando, dopo aver preso il brevetto di pilota in America e sostenuto ulteriori esami in Europa, per caso Maurizio ha conosciuto Simone Moro al corso di aggiornamento di guide alpine del collegio lombardo. Entrambi alpinisti, entrambi appassionati di volo. E voilà Simone Moro ha lanciato l’idea «un po’ folle», ammette Folini, di andare sull’Himalaya a migliorare la tecnica di soccorso e sono partiti. «A fare la differenza è proprio la tecnica – sostiene Folini -. I piloti nepalesi sono bravi ma a loro mancano quelle finezze nell’approccio alla montagna che abbiamo noi europei. Sulle Alpi usiamo la corda per il trasporto del materiale che facilita i soccorsi con il gancio baricentrico, la cosiddetto “long line” che i nepalesi non hanno. Oltre ad essere pilota il vantaggio è che sono anche alpinista e so quello che ci si può aspettare in montagna. Capisco che se non vai a recuperare un alpinista in montagna, questo ci lascia le penne. Se un pilota è solo pilota senza questa attitudine, si ferma prima. Il nostro lavoro si suddivide fra l’insegnamento del soccorso e gli interventi che vengono fatti soprattutto in alta stagione, ovvero fra aprile e maggio». Stiamo parlando di aree amplissime. È come «essere una mattina sulle Dolomiti e al pomeriggio sul monte Bianco», dice Maurizio che ha deciso con Simone di smontare l’elicottero italiano, caricarlo in casse di legno, inviarlo a Katmandu e rimontarlo là. «La parte burocratica della spedizione è stata più difficile che fare soccorso a 8000 metri - scherza il pilota -. Il fatto è che ci piaceva l’idea di avere un team italiano per cercare di far qualcosa di bello. Generalmente siamo in due o tre a rotazione fra pilota, guida alpina o tecnico di soccorso e il tecnico di manutenzione, ma la nostra ambizione è quella di poter contare su un gruppo sempre pronto al momento del bisogno. Attualmente ci appoggiamo alla ditta nepalese Fishtail Air. Ci sono cinque ditte di elicotteri, di cui solo due fanno soccorsi ad alta quota. Gli interventi sono poco pianificabili perché dipendono dalle condizioni atmosferiche, dalle distanze e dalla logistica, ma ci possono volere anche tre giorni». Tre giorni che comportano costi di recupero per l’assicurazione anche di 70mila dollari. «Dal Dhaulagiri abbiamo portato a casa 12 persone, ma non ce l’ha fatta uno spagnolo che ha passato 3 giorni a 7mila metri con una frattura esposta. Per la prima volta nella storia, dei soccorritori con le bombole di ossigeno sono stati portati a 7mila metri per raggiungere l’uomo e da lì sono saliti con le corde». Folini, che dice di amare l’ambiente internazionale che si respira in quei posti, non dà nulla per scontato. «Ci vuole concentrazione sempre quando voli – conclude -, ma tutto sommato non è un’esperienza ad alto pericolo. Quasi quasi si rischia di più sulla statale 38 tutti i giorni…
Il Circo
Venti elicotteri sono pronti a volare con partenza da Katmandu ogni giorno, ma nelle giornate di alta stagione quando i turisti affollano l’Himalaya ci sono anche 7 o 8 elicotteri che volano insieme sul cielo nepalese.
Il fatto è che laggiù (o lassù) «ci sono più turisti che alpinisti – racconta il pilota di Chiuro, Maurizio Folini -. L’Everest è diventato un circo. Ci sono ancora alpinisti bravi che fanno la normale dell’Everest a livello alto, ma il numero è basso. La maggior parte è fatta di turisti che si appoggiano a spedizioni commerciali». Le operazioni di soccorso interessano turisti, alpinisti, anche i trekker a quote più basse ed ora anche gli sherpa sono coperti da assicurazione.
«La Fishtail Air si accorda con le assicurazioni e noi ci muoviamo quando l’assicurazione non ci ha dato l’ok. Ci sono problemi da risolvere: molte volte parecchi alpinisti sfruttano l’assicurazione per farsi portare a valle, anche se sarebbero potuti scendere a piedi. Forse la creazione di un medical check point dove filtrare gli alpinisti e selezionare la priorità di richieste potrebbe essere utile. Altra innovazione è che gli alpinisti, in futuro. dovranno presentare un curriculum delle cime raggiunte, almeno due ottomila, per poter partecipare ad una spedizione».
Folini non se la sente di criticare la situazione nepalese. «Una sera che ne stavo parlando con amici nepalesi, questi mi hanno chiesto: “Ma voi cosa avete fatto sulle Alpi?” Anche noi abbiamo sbagliato, ora lo abbiamo capito. Anche oggi il nostro elisoccorso alpino fa interventi che forse non sarebbero necessari. Quanto al Nepal il turismo alpinistico ha portato anche i suoi vantaggi: sentieri più puliti, rifiuti portati a valle, rifugi ben attrezzati la maggior parte wi fi, il cellulare ha il segnale fino al campo base».