Abriga.it
03-03-12, 17:29
Sorprendentemente intimo, sempre sincero e affascinante, l'incontro che lo scrittore Ernesto Ferrero – per metà valtellinese (la moglie Carla è tellina) – ha tenuto al liceo Scientifico Donegani di Sondrio, all’interno di un progetto di ampliamento dell’offerta formativa dell’istituto. Invitato per parlare del suo ultimo libro “Disegnare il vento”, biografia romanzata della vita di Emilio Salgari, in realtà Ferrero, stimolato dalle domande dei ragazzi delle classi quarte e quinte, ha anche raccontato di sé, del mondo dei giovani e della cultura.
«Esistono tanti libri quanti sono i lettori che reinventano il libro, “girano” il proprio film nella testa – ha esordito -. Diversamente non si capirebbe perché alcuni libri hanno successo e altri no. Con il libro è come un incontro fra persone: ci si conosce, ci si capisce, poi non ci si ama più». Ma perché scrivere? «Ho cercato di rispondere a questa fondamentale domanda scrivendo questo libro “Disegnare il vento” e scrivendo la storia di un’altra persona – ha detto Ferrero -. Quindici anni fa sono andato a vivere con mia moglie valtellinese nel palazzo, ultimo domicilio di questo sventurato signore di nome Salgari. Anche se da ragazzo non ero un salgariano (ero più verniano), mi sono chiesto come uno avesse potuto scrivere tanti romanzi di avventura senza essersi mai mosso di casa. E così ho iniziato a fare ricerche. Peraltro la cosa più divertente quando si scrive sono le letture preparatorie. Salgari era un uomo che aveva problemi con la realtà, da cui non si sentiva accettato. Per questo si inventa un mondo esotico in cui può essere tutto e tutti i possibili eroi. Nessuno sapeva che faccia avesse Salgari, dove vivesse, si era auto emarginato per evitare che fossero gli altri a emarginarlo. Faceva vita ritirata, aveva come amico un ristoratore, qualche pittore. Si sentiva indegno di appartenere alla società letteraria. Mi sono accorto che era un personaggio perfettamente ottocentesco, con manie enciclopediche e la passione per l’esotismo, ma anche il protagonista di un dramma tipicamente novecentesco, addirittura contemporaneo. Proprio perché aveva un difficile rapporto con la realtà e complessi di inferiorità, aveva finito con il crearsi un mondo immaginario in cui viveva bene. Si era isolato in questa realtà, che oggi potremmo chiamare virtuale, da cui non voleva uscire. Ed è uscito solo per uccidersi. Sembra una storia di oggi. Vedo il pericolo di queste persone che diventano prigioniere della realtà virtuale, che impedisce loro un rapporto sano con la realtà. Il mio è un romanzo sul rapporto fra quello che siamo e quello che vorremmo essere».
E qui è arrivato il messaggio ai ragazzi: «Quando siamo in rete diamo un'immagine come quella che vuole dare Salgari. Inventiamo il personaggio che vorremmo essere, ma non siamo. È normale che presentiamo al mercato un'immagine di noi che non abbiamo. Ma stiamo attenti a non intossicarci». E lo ha detto Ferrero, sì direttore della Fiera del Libro di Torino, che dedica la vita ai libri (li legge e li scrive), ma che ha anche ammesso simpaticamente di essere diventato un Ipad dipendente, perché quando l'uso di questo oggetto è creativo fa crescere.
Lo scrittore ha poi raccontato della sua vocazione poetica, quando a otto anni ha scritto una poesia per la nonna ottantenne il cui incipit era: “Tu che varchi la soglia lieta” («ma quale soglia lieta nella vecchiaia?», ha scherzato). Ha rivelato che uno dei suoi primi libri scritti è stato il dizionario gergale “della malavita” dal Quattrocento ad oggi, perché è divertente andare a scoprire l'etimo delle parole: ad esempio furbo deriva dal latino “fur” che significa ladro. Dunque fa pensare quando si dice che l'Italia è un Paese di furbi.
Infine la passione per Italo Calvino e Primo Levi («funzionano come un calcolatore, su un codice binario») e la scelta di come scrivere: «far parlare un solo personaggio, ma avresti solo il suo punto di vista», la terza persona, «ma non mi piace molto», oppure la terza persona e altri personaggi che parlano: «E’ divertente fare il ventriloquo, provare a parlare con la voce di un bambino o di un vicino di casa, quando si scrive».
«Esistono tanti libri quanti sono i lettori che reinventano il libro, “girano” il proprio film nella testa – ha esordito -. Diversamente non si capirebbe perché alcuni libri hanno successo e altri no. Con il libro è come un incontro fra persone: ci si conosce, ci si capisce, poi non ci si ama più». Ma perché scrivere? «Ho cercato di rispondere a questa fondamentale domanda scrivendo questo libro “Disegnare il vento” e scrivendo la storia di un’altra persona – ha detto Ferrero -. Quindici anni fa sono andato a vivere con mia moglie valtellinese nel palazzo, ultimo domicilio di questo sventurato signore di nome Salgari. Anche se da ragazzo non ero un salgariano (ero più verniano), mi sono chiesto come uno avesse potuto scrivere tanti romanzi di avventura senza essersi mai mosso di casa. E così ho iniziato a fare ricerche. Peraltro la cosa più divertente quando si scrive sono le letture preparatorie. Salgari era un uomo che aveva problemi con la realtà, da cui non si sentiva accettato. Per questo si inventa un mondo esotico in cui può essere tutto e tutti i possibili eroi. Nessuno sapeva che faccia avesse Salgari, dove vivesse, si era auto emarginato per evitare che fossero gli altri a emarginarlo. Faceva vita ritirata, aveva come amico un ristoratore, qualche pittore. Si sentiva indegno di appartenere alla società letteraria. Mi sono accorto che era un personaggio perfettamente ottocentesco, con manie enciclopediche e la passione per l’esotismo, ma anche il protagonista di un dramma tipicamente novecentesco, addirittura contemporaneo. Proprio perché aveva un difficile rapporto con la realtà e complessi di inferiorità, aveva finito con il crearsi un mondo immaginario in cui viveva bene. Si era isolato in questa realtà, che oggi potremmo chiamare virtuale, da cui non voleva uscire. Ed è uscito solo per uccidersi. Sembra una storia di oggi. Vedo il pericolo di queste persone che diventano prigioniere della realtà virtuale, che impedisce loro un rapporto sano con la realtà. Il mio è un romanzo sul rapporto fra quello che siamo e quello che vorremmo essere».
E qui è arrivato il messaggio ai ragazzi: «Quando siamo in rete diamo un'immagine come quella che vuole dare Salgari. Inventiamo il personaggio che vorremmo essere, ma non siamo. È normale che presentiamo al mercato un'immagine di noi che non abbiamo. Ma stiamo attenti a non intossicarci». E lo ha detto Ferrero, sì direttore della Fiera del Libro di Torino, che dedica la vita ai libri (li legge e li scrive), ma che ha anche ammesso simpaticamente di essere diventato un Ipad dipendente, perché quando l'uso di questo oggetto è creativo fa crescere.
Lo scrittore ha poi raccontato della sua vocazione poetica, quando a otto anni ha scritto una poesia per la nonna ottantenne il cui incipit era: “Tu che varchi la soglia lieta” («ma quale soglia lieta nella vecchiaia?», ha scherzato). Ha rivelato che uno dei suoi primi libri scritti è stato il dizionario gergale “della malavita” dal Quattrocento ad oggi, perché è divertente andare a scoprire l'etimo delle parole: ad esempio furbo deriva dal latino “fur” che significa ladro. Dunque fa pensare quando si dice che l'Italia è un Paese di furbi.
Infine la passione per Italo Calvino e Primo Levi («funzionano come un calcolatore, su un codice binario») e la scelta di come scrivere: «far parlare un solo personaggio, ma avresti solo il suo punto di vista», la terza persona, «ma non mi piace molto», oppure la terza persona e altri personaggi che parlano: «E’ divertente fare il ventriloquo, provare a parlare con la voce di un bambino o di un vicino di casa, quando si scrive».