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Visualizza versione completa : E' valtellinese l'ambasciatore in Iran


Abriga.it
15-06-11, 08:58
Ha definito nel corso della serata un «accidente della storia» questo incontro, voluto della «fortuna», fra lui e il Lions Club Sondrio Host che gli ha deputato il Lions d’Oro eppure in Alberto Bradinini - dal 2008 ambasciatore d’Italia nella Repubblica Islamica dell’Iran e, prima ancora, primo segretario dell’ambasciata di Caracas e di Oslo, consigliere economico dell’ambasciata di Pechino, console generale ad Hong Kong, assistente speciale del Direttore generale dell’ufficio di Vienna dell’Onu, direttore dell’Ucri e altri incarichi che ha collezionato nel corso dei 36 anni di carriera – scorre sangue valtellinese.
«Mio padre e mia madre sono di Civo, sono nato a Roma, ma ho vissuto fino a 5 anni a Caspano di Civo – racconta l’ambasciatore -. Mia zia, la sorella di mia mamma che ha più di 80 anni, vive ancora lì. Io, invece, ho casa a Cevo, piccola frazione di Valmasino, dove vengo pressoché ogni anno per una settimana».
Si sente valtellinese?
«È una buona domanda. Ho sposato una reggiana, ormai da trent’anni mi fermo a Reggio quando torno dall’estero, ho anche un appartamento a Roma. Ma Roma non è una città che crea radici per ragioni demografiche, perché esplosa negli ultimi decenni. I nuovi venuti avevano bisogno di generazioni per crearsi le radici. Questo è successo anche ai miei genitori. Sono figlio di famiglia sradicata e sradicato all’ennesima potenza perché giro il mondo da 36 anni ormai. Ma se devo trovare un luogo in Italia dove far risalire le mie radici, sicuramente questo è la Valtellina».
Cosa prova quando vi torna?
«Ho parenti, cugini e amici con cui nei primi anni Cinquanta sono cresciuto. Mio padre aveva otto sorelle, metà delle quali erano qui. La Valtellina era terra di migranti ai tempi, adesso è una valle ricca. Non ho il polso della situazione e dei suoi problemi. Quando vengo la trovo bella, la gente affabile e seria. Ogni tanto mi domando: “Chissà come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasto in questa valle”. Magari sarei stato un pizzico più felice…»
Le sarà capitato di incontrare valtellinesi nelle sue missioni diplomatiche all’estero, quale immagine danno di loro?
«Sono persone di grande solidità e per questo apprezzati. Ne ho conosciuti diversi in questi anni. L’ultimo proprio una settimana fa a Teheran, un tecnico del Tiranese di una società che realizza tunnel per le metropolitane. Dal punto di vista sociologico non potrei esprimermi, per me questa serata è occasione per capire la struttura sociale di una fetta della Valtellina».
Un’analisi che ha avrà avuto modo di fare nelle numerose nazioni in cui ha vissuto. La cultura dei Paesi è così differente da giustificare le barriere che si creano?
«Per capire i concetti bisogna intendersi sul significato dei termini. Confucio ha avviato la rivoluzione dei termini dicendo che dobbiamo dare il significato giusto ai termini che utilizziamo. Quando si parla di valori della persona umana, come si fa a non pensare che la persona umana è la stessa a qualsiasi latitudine? Quando si pensa ad una mamma con un bambino, non è la stessa che sia cattolica, musulmana, tibetana? Se si va a vedere la struttura di una società, ci sono differenze certo che hanno a che vedere con i rapporti sociali e di potere, non con la natura dell’essere umano».
Parla così un italiano che lavora in una terra difficile come l’Iran, come vive questo incarico?
«Sul piano personale è molto interessante. Sono ambasciatore, ovvero un funzionario dello Stato che contribuisce ad acquisire informazioni e presentare opzioni di politica estera che vengano assunte o no dal governo e dal Ministro degli Esteri. Il Paese offre una piattaforma di osservazione privilegiata, perché l’Iran è al centro della politica internazionale, è attore principale del Medio Oriente, secondo Paese al mondo in termine di riserva di gas e terzo di petrolio. Ci sono gli spazi, secondo me, per una soluzione tendenziale che divide Iran e l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, che hanno in mano la gestione di rapporti. Ci vuole solo un po’ di coraggio».
Consiglierebbe ad un giovane valtellinese e italiano la carriera diplomatica?
«Ai ragazzi dico di studiare quello che piace. Tante volte non sanno neppure loro cosa, si tratta di capire cosa vogliono approfondire. Una volta fatto questo passo, se interessa viaggiare la carriera diplomatica è un trampolino. Anni fa non c’erano sfere di natura internazionale, oggi ci sono sbocchi nell’Unione Europea o dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per sei anni ho lavorato come funzionario delle Nazioni Unite, mi ero entusiasmato perché mi sembrava di rappresentare interessi che trascendevano la limitatezza del contesto nazionale. Avere idea di fare qualcosa per l’insieme delle nazioni è più motivante. Ecco, se si potesse scegliere, consiglierei questa carriera, perché sono convinto che i problemi non possano essere risolti dal punto di vista di un solo Stato».