Abriga.it
01-12-10, 08:57
Il percorso della fede non è scontato, non si deve credere tanto per credere o perché tutti credono o perché bisogna farlo; credere costa fatica, anche dolore: così anche il cammino della vita di ognuno di noi, sia per chi crede sia per chi ancora fatica a credere.
Lo hanno sperimentato i ragazzi attori dello spettacolo “Giona, l’uomo del pesce” rappresentato sabato sera al teatro Vittoria di Ponte per organizzazione della biblioteca comunale “Libero Della Briotta” in collaborazione con l’Associazione Archivio Abramo Levi, la Parrocchia di San Maurizio, il comune di Ponte in Valtellina e quello di Sondrio, l’Ufficio di Piano di Sondrio, l’Associazione Culturale Spartiacque.
In scena la storia del profeta Giona, uomo ribelle, che tiene al suo libero arbitrio e non riesce a dare adesione incondizionata alla volontà di Dio. Giona l’emblema dell’uomo moderno che non ce la fa ad accettare perché tutti lo fanno. Dio gli assegna il compito di andare a Ninive, una città corrotta e straniera, dove annunciare agli abitanti che sarebbero stati tutti distrutti se non si fossero ravveduti. Giona, però, rifiuta la chiamata di Jahvè e fugge su una nave, Jahvè scatena una tempesta sulle acque e Giona chiede ai marinai di essere gettato in mare, così da placare l’ira del suo Dio. A quel punto, Jahvè salva Giona facendolo inghiottire da una balena. Dopo essere rimasto per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, raccolto in preghiera, Giona accetta la sua missione. E i niniviti inaspettatamente si convertono, Dio li salva, ma Giona non capisce come Dio agisca, quale sia la sua giustizia. L’intreccio viene trasferito sulla scena in tre atti. Nel primo c’è l’attesa di Giona, mentre gli uditori aspettano la predica che illumina la via, si preparano all’ascolto dei segnali della vita e costruiscono il pulpito, ovvero il parallelepipedo che diventerà anche la balena. Nella seconda parte la balena si erge, gli uditori vi entrano e accettano di fare la strada di Giona. Da uditori diventano testimoni dell’esperienza di rivelazione e salvezza, narratori essi stessi (significativo il grande disegno di Valerio Righini che ha curato le scenografie rappresentante il ventre della balena). Infine nella terza parta la narrazione è così forte che Giona entra in scena interpretato da una ragazzina esile e dialoga con un Abramo/pastore/voce di Dio. Gli uomini – è quanto emerge dallo spettacolo tratto appunto dal libro “Il mostro e la sapienza di Abramo Levi” diretto da Mira Andriolo - dovrebbero avere una vista più simile a quella della balena che ha una sorta di sguardo doppio. «Non è solo una questione di fede, è anche una questione ontologica – commenta la regista -, noi pensiamo di andare al limite delle nostre forze, si tocca il fondo, ma poi c’è sempre qualcosa che ci fa emergere: morte e resurrezione. Il tratto tipico secondo Abramo del cammino della fede è l’insicurezza, la debolezza e le cadute. Dobbiamo confidare che qualcosa ci tirerà fuori e ci farà andare avanti. Quello che pensiamo più tragico e definitivo non lo è». Un messaggio duro da “digerire” tanto che anche Giona – stizzito e arrabbiato in scena - tace di fronte all’ultima domanda di Dio. Applausi da parte del folto pubblico per lo spettacolo che ha richiesto quasi due anni di preparazione fra studio del testo e resa teatrale.
Lo hanno sperimentato i ragazzi attori dello spettacolo “Giona, l’uomo del pesce” rappresentato sabato sera al teatro Vittoria di Ponte per organizzazione della biblioteca comunale “Libero Della Briotta” in collaborazione con l’Associazione Archivio Abramo Levi, la Parrocchia di San Maurizio, il comune di Ponte in Valtellina e quello di Sondrio, l’Ufficio di Piano di Sondrio, l’Associazione Culturale Spartiacque.
In scena la storia del profeta Giona, uomo ribelle, che tiene al suo libero arbitrio e non riesce a dare adesione incondizionata alla volontà di Dio. Giona l’emblema dell’uomo moderno che non ce la fa ad accettare perché tutti lo fanno. Dio gli assegna il compito di andare a Ninive, una città corrotta e straniera, dove annunciare agli abitanti che sarebbero stati tutti distrutti se non si fossero ravveduti. Giona, però, rifiuta la chiamata di Jahvè e fugge su una nave, Jahvè scatena una tempesta sulle acque e Giona chiede ai marinai di essere gettato in mare, così da placare l’ira del suo Dio. A quel punto, Jahvè salva Giona facendolo inghiottire da una balena. Dopo essere rimasto per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, raccolto in preghiera, Giona accetta la sua missione. E i niniviti inaspettatamente si convertono, Dio li salva, ma Giona non capisce come Dio agisca, quale sia la sua giustizia. L’intreccio viene trasferito sulla scena in tre atti. Nel primo c’è l’attesa di Giona, mentre gli uditori aspettano la predica che illumina la via, si preparano all’ascolto dei segnali della vita e costruiscono il pulpito, ovvero il parallelepipedo che diventerà anche la balena. Nella seconda parte la balena si erge, gli uditori vi entrano e accettano di fare la strada di Giona. Da uditori diventano testimoni dell’esperienza di rivelazione e salvezza, narratori essi stessi (significativo il grande disegno di Valerio Righini che ha curato le scenografie rappresentante il ventre della balena). Infine nella terza parta la narrazione è così forte che Giona entra in scena interpretato da una ragazzina esile e dialoga con un Abramo/pastore/voce di Dio. Gli uomini – è quanto emerge dallo spettacolo tratto appunto dal libro “Il mostro e la sapienza di Abramo Levi” diretto da Mira Andriolo - dovrebbero avere una vista più simile a quella della balena che ha una sorta di sguardo doppio. «Non è solo una questione di fede, è anche una questione ontologica – commenta la regista -, noi pensiamo di andare al limite delle nostre forze, si tocca il fondo, ma poi c’è sempre qualcosa che ci fa emergere: morte e resurrezione. Il tratto tipico secondo Abramo del cammino della fede è l’insicurezza, la debolezza e le cadute. Dobbiamo confidare che qualcosa ci tirerà fuori e ci farà andare avanti. Quello che pensiamo più tragico e definitivo non lo è». Un messaggio duro da “digerire” tanto che anche Giona – stizzito e arrabbiato in scena - tace di fronte all’ultima domanda di Dio. Applausi da parte del folto pubblico per lo spettacolo che ha richiesto quasi due anni di preparazione fra studio del testo e resa teatrale.