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Stele della memoria

Una sorta di busto che si apre a forma di “v” e al di sopra un rombo che potrebbe indicare il capo, al cui interno spicca un grande occhio. L’occhio di chi può guardare oltre le barriere del tempo, di chi vede il passato e lo ricorda al presente, di chi (pre)vede il futuro, in una dimensione cristallizzata, paradossalmente atemporale.
La Stele della memoria inaugurata ieri, nei giardini di via Elvezia a Madonna di Tirano, ha questa funzione di essere cronologicamente e temporalmente trasversale. E non poteva che essere diversamente, visto che l’opera, realizzata dall’artista Giovanni Canu per conto del Comune di Tirano, è stata voluta per ricordare quanti hanno aiutato gli ebrei a cercare la salvezza in Svizzera negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale. Originariamente la scultura farebbe parte della serie dei “Guardiani del tempo” dell’artista sardo, opere monumentali che Canu ha innalzato nella sua terra utilizzando il marmo. In Valtellina la pietra non poteva che essere, invece, il serpentino, «duro quanto il basalto, ma dalle sfumature stupende – dice Canu -. Ho realizzato l’opera con la Nuova Serpentino d’Italia della Valmalenco con cui ho instaurato una collaborazione che frutterà una mostra il prossimo anno. Da settembre sarò in Valmalenco, infatti, ad eseguire opere con i cavatori».
La Stele della memoria è divenuta ieri il simbolo di una manifestazione, articolata su quattro giorni e organizzata dall’assessore alla Cultura Bruno Ciapponi Landi, che i Comuni di Tirano, Aprica e Villa hanno promosso per ricordare quanto accadde in quegli anni. E per l’occasione sopravvissuti e parenti hanno raggiunto Tirano da Croazia, Stati Uniti, Australia. Dalla Nuova Zelanda è arrivato il professore universitario Alan Poletti (con origini di Villa di Tirano), autore del libro “Una seconda vita” in cui si racconta la fuga di 220 ebrei internati ad Aprica. Commovente la testimonianza d’affetto della figlia di un salvato, Anat Lidia Lazicz Dor, letta dalla figlia del suo salvatore Bianca Pilat. «Niente deve essere dato per scontato – ha detto -. Questo  luogo è la pietra miliare della storia dei nostri genitori, storia di eroismo e sopravvivenza. Questo luogo è un raggio di sole dove si intrecciano le collaborazioni di tante persone, perché non era ovvio che 70 anni fa un cittadino o un prete locale aiutassero un ebreo». Così, invece, è accaduto, come ha ricordato il sindaco di Aprica, Carla Cioccarelli: «La mia gente non ha guardato se queste persone parlavano un’altra lingua o se erano di un’altra religione. Erano uomini bisognosi e li ha aiutati, al di là di ogni pregiudizio». Figura di primo piano dell’organizzazione locale era il sacerdote diocesano Giuseppe Carozzi di Motta di Villa di Tirano, ma residente a Roma, uomo della Resistenza in collegamento con i servizi angloamericani, i partigiani, le forze armate fedeli al governo legittimo, in particolare con la Regia Guardia di Finanza e i Carabinieri Reali. Da tempo il Comune di Tirano pensava a un monumento per ricordare, in un luogo idoneo, tutti coloro che collaborarono alla pietosa opera che pose in salvo in Svizzera tanti perseguitati politici e razziali, anche a grave rischio di finire a loro volta nei campi germanici, come accadde al finanziere scelto Claudio Sacchelli della compagnia di Tirano, collaboratore della Resistenza, deceduto nel Campo di Sterminio di Mauthausen (Austria) il 1° maggio 1945, decorato nel 2012 di Medaglia d’Oro al Merito Civile. Ma l’elenco sarebbe lungo, a cominciare dall’agente di polizia e studente universitario Mario Canessa in servizio alla polizia di frontiera, riconosciuto giusto fra le nazioni per l’opera svolta in quegli anni, al capitano Leonardo Marinelli della Guardia di Finanza, dal vicebrigadiere Bruno Pilat comandante della stazione di Aprica, al comandante provinciale dei Carabinieri e capo delle formazioni partigiane colonnello Edoardo Alessi, dai sacerdoti Cirillo Vitalini parroco di Bratta, Tarcisio Salice parroco di Roncaiola.
Persone che il sindaco, Pietro Del Simone, ha ricordato rivolgendosi anche ai cinque reduci, ieri presenti, «testimoni viventi della rivolta della coscienza su un’ideologia forsennata». E oggi «l’insegnamento migliore – come ha sottolineato il senatore, Benedetto Della Vedova – è proprio quello della memoria».
Vicino alla stele – posta simbolicamente fra il Santuario della Madonna di Tirano e la via per la Svizzera – un cippo (il testo è di Luisa Gazzi Schiantarelli) che evoca, dove la persecuzione si trasformò in soccorso alle vittime di regimi barbari e ciechi, la solitudine del perseguitato e la sua drammatica richiesta d’aiuto: «Ascoltate l’eco del suo grido, uomini d’oggi, perché nessuno sia più perseguitato per il suo essere o per il suo pensiero».



di Clara Castoldi

Il monumento
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