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Luigi Castiglioni e le affiche valtellinesi

Nel decennale della morte di Luigi Castiglioni, Leandro Schena, francesista bormino, è stato invitato a Parigi come biografo del grande affichiste, con cui ha condiviso l'amore per Parigi. Ora anche la Valtellina ha reso onore a Castiglioni, “amico della Valle”, in un incontro alla galleria Alcantino a Tirano dell’artista Valerio Righini.
D’altra parte per Castiglioni la Valtellina era già meta di gite domenicali ai tempi dell'oratorio, quando il giovane approfittava di queste evasioni per fissare nel suo taccuino impressioni e schizzi della Valle dell'Adda. «Ad accomunarci era la passione della montagna con il rifugio Folgore della guida alpina e maestro di sci Franco Rizzi – ha ricordato Schena - quale punto di partenza per le nostre ascensioni sui monti del gruppo dell'Ortles. Nel primo capitolo del volume dedicato tre anni or sono al gruppo alpinistico Folgore in occasione del suo cinquantenario, vi è un'istantanea di Luigi Castiglioni ripreso nel suo studio di Maison-Laffitte con l'originale del distintivo realizzato per il rifugio Folgore al passo dello Stelvio. Questa creazione continua a far bella mostra di sé sulla scatola dei colori dell'artista bozzetto premonitore di una luminosa carriera che lo avrebbe collocato tra i protagonisti dell'affiche a livello mondiale».
La Valtellina ha conosciuto il cuore solidale, partecipe e generoso dell'artista. All'indomani degli eventi naturali che la sconvolsero nel luglio 1987 e della frana staccatasi dal monte Coppetto seppellendo l'abitato di Sant'Antonio Morignone, Castiglioni dedicò ai valtellinesi un poster. La scritta “Valtellina la Volontà di Vincere” suonava come incitamento a superare le avversità della natura che anche in passato non avevano mai fiaccato la robusta fibra dei suoi abitanti. «Per la nostra terra che voleva rinascere – ha proseguito l’amico - l'artista ideò un bel manifesto ove campeggiano in primo piano due genziane lutee, simbolo della Valle, quasi fossero una coppa alla quale bere le bellezze eterne della montagna che sullo sfondo uno sciatore sorvola senza sfiorare. Dopo il rovinoso smottamento del 27 luglio 1987 questa affiche (vi si riconosce facilmente il monte Vallecetta il cui versante occidentale fu interessato dal movimento franoso) potrebbe essere interpretata metaforicamente come un'offerta di pace tra l'elemento naturale e l'uomo». Un'affiche semanticamente molto ricca dove la giustapposizione di riferimento metonimici (il fiore, la montagna, lo sciatore) concorrono a suggerire in modo simbolico la volontà di fare rinascere turisticamente la Valle.
“La cattedrale del Gran Zebrù” è il titolo del manifesto che pubblicizzò la mostra sondriese del 2000 allo spazio espositivo di palazzo Sertoli Salis. È una preghiera elevata al creatore attraverso la mistica rappresentazione della parete nord della Königspitze interpretata come una cattedrale gotica. «Ricorrendo ancora una volta all'artificio retorico-visivo, quest'opera rinvia da un canto alla sineddoche, dall'altro all'allegoria – ha spiegato Schena -. Sul piano pittorico essa serve a evocare un'idea astratta per cui l'immagine della cattedrale traduce simbolicamente la robusta fede dei valtellinesi e degli altoatesini».
A completare il trittico seguì l'affiche “Valtellina” affidata nel 2001 dall'allora direttore dell'Apt, Gianni Confortola, alla creatività di Castiglioni. La visione è concepita attraverso un arco classicheggiante che apre lo sguardo su di un paesaggio dove una montagna innevata fa da sfondo ad una vasta valle verdissima, smeraldina. In primo piano fiori di campo, un tripudio di colori giocati su tinte ora vivaci, ora più tenuti. Il verde ne è il colore caratterizzante per sfumare in lontananza nel grigio e nel bianco della montagna. Ciò che colpisce dell'insieme è la perfetta simmetria, la profondità geometrica che si esalta nell'azzurro del cielo. Un marchio originale di Castiglioni che la critica ha fatto a gara ad omaggiare come «poeta dello sport», «sognatore desto», «seminatore di sogni» e «capofila del nuovo manifesto».



di Clara Castoldi

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