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Nicolò Rusca testimone della fede

Nicolò Rusca non era un piccolo sacerdote di provincia, era un sacerdote esemplare, sotto tutti gli aspetti di formazione catechetica, una figura moderna e contemporanea. E che è ancora capace di parlare ai ragazzi. Partendo da questo presupposto e dal desiderio di coinvolgere i giovani nella conoscenza di Rusca (la celebrazione della beatificazione si terrà a Sondrio il 21 aprile), sono in corso alcune iniziative. Su tutte spicca la mostra che avrà titolo “Mi spinge il zelo di drizzare tutti al cielo. Nicolò Rusca arciprete di Sondrio testimone della fede” e che rappresenta un modo semplice per far conoscere la sua vicenda umana fino alla testimonianza del martirio.
Mostra degli studenti
Entrambi i licei scientifici di Sondrio stanno approfondendo la vita di Rusca e il contesto storico e religioso, analizzando con molto equilibrio i documenti. Al liceo Donegani si è tenuto, ad esempio, un incontro con la direttrice del Museo di Sondrio, Angela Dell’Oca, e don Augusto Bormolini. Il Liceo Pio XII, con la preparazione della studiosa Saveria Masa, si occupa della mostra che sarà aperta dalla metà di aprile fino alla fine di maggio nella galleria di palazzo Sertoli, poi l’esposizione sarà messa a disposizione per chi la vorrà utilizzare. Accompagnerà la mostra un volume, che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere un agile libretto, ma che invece sta diventando voluminoso, pur sempre con un tono accessibile a tutti. La parte storica è scritta da Saverio Xeres e Anna Rossi, mentre Dell’Oca con Andrea Straffi sta seguendo la parte iconografica. «Nelle scorse settimane si sono tenuti incontri ai licei scientifici cittadini Donegani e Pio XII – spiega Dell’Oca -. Al Pio XII si sta preparando l’esposizione a pannelli che sarà visitabile in concomitanza con la beatificazione. Fra i temi ci sono quelli della preoccupazione educativa di Rusca nei confronti della sua comunità e dei fratelli sacerdoti, la riforma protestante e la riforma cattolica, il concilio di Trento, la vita di Rusca e il rapporto con il collegio elvetico. Nella sua esperienza formativa, Rusca è stato accolto nel collegio elvetico che è uno strumento attivato da San Carlo per la formazione del clero. I compagni nella fede sono gli altri sacerdoti della Valmalenco e delle parrocchie vicine di cui lui diceva: “Siamo come fratelli di un’unica madre”. Non è l’eroismo del singolo che emerge dalla biografia, difatti, ma la capacità di essere davvero Chiesa comunitaria che, nel periodo in cui ha vissuto, non era così evidente».
L’iconografia
L’iconografia presente su Rusca non è vastissima, ma interessante. «È un santo locale che ha vissuto fra il Ticino e la Valtellina, non ha avuto modo di avere grandi ritratti, ma ci sono alcune immagini significative – prosegue la direttrice del MVSA -. In collegiata c’è una copia del dipinto di Antonio Caimi, visto che il dipinto originale è stato restaurato e non è stato ancora ricollocato. Il dipinto del Caimi è stato fatto nel 1852 (dunque non coevo alla vita del Rusca) in occasione del trasferimento delle ossa dalla chiesa della Sassella alla collegiata. In quell’occasione la Confraternita del Santissimo Sacramento ha commissionato un secondo ritratto dopo il più antico. Il Caimi, che era un buon pittore di storia, riprende il dipinto antico, coevo del Rusca, nelle caratteristiche salienti, naturalmente rileggendolo alla luce dell’estetica dell’800 e aggiungendo particolari sul martirio. In realtà finché non viene riconosciuta la santità di una persona, per la Chiesa (secondo l’indicazione data da Urbano VIII nel 1625) questa non si poteva rappresentare con simboli della santità come aureole e raggi. Questa disposizione del papa ha richiesto un po’ di tempo prima di essere messa in atto, per cui tutti i ritratti seicenteschi non hanno l’aureola ma descrivono il martirio».
Otto i dipinti sul Rusca: quello del ‘600 fatto fare dalla confraternita, quello di Caimi, uno dei ritratti degli arcipreti presenti in arcipretura, un piccolo dipinto devozionale custodito al museo (in fase di restauro) con lo strumento del martirio e la scritta “martire”. Simili ce ne sono nell’area ticinese a Manno, Sessa, Bedano (paese natale di Rusca). Infine uno si trova al seminario di Coira. «Li sto studiando nelle loro caratteristiche per capire chi li ha fatti, in quale contesto storico e quali siano legami fra dipinti antichi e più recenti – prosegue Dell’Oca -. Li ho divisi fra ritratti di arciprete senza riferimenti almeno espliciti al martirio e i ritratti del martirio (quelli ticinesi, quello al museo di Sondrio e di Coira). Proporrò questo percorso ai ragazzi con i quali è bello lavorare. Al di là dell’interesse che i ragazzi suscitano, il significato è di far sì che la storia, che è sempre considerata lontana, venga calata nel contesto locale e contemporaneo».
 Le ricerche storiche, portate avanti ormai da più di un secolo in archivi presenti in numerosi Paesi d’Europa, hanno consentito di tratteggiare con più precisione la figura di Nicolò Rusca, che possiamo ora definire – anche se le sorprese tra le carte antiche non mancano mai – in tutta la sua “limpidezza”. «In Nicolò Rusca “convivono” due aspetti, solo in apparenza contrapposti, che possono affascinare ancora oggi – spiega Anna Rossi del Centro Studi Rusca di Como -: l’eccezionalità della vita, riscoprendo il suo martirio, e la normalità della vita, riscoprendo la sua fede quotidiana. Il martirio, come sempre è stato nella tradizione cattolica, non è qualcosa di “voluto” – anzi, uno dei punti che nella Causa di beatificazione occorre dimostrare è che, pur essendo disposti a testimoniare la propria fede fino all’effusione del sangue, non si è ricercato il martirio –, ma è un dono». E’, per citare le parole di Benedetto XVI, «la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo». Nicolò Rusca, con il suo martirio, ci invita a riscoprire qual è il senso della nostra vita, ciò per cui vale la pena “spendere” la propria vita.
La figura dell’arciprete di Sondrio, pur in una situazione particolarmente delicata (tra «miserabili travagli», come lui stesso ricorda in una sua lettera), dentro un contesto storico lontano dal nostro, presenta almeno tre sottolineature, che non cessano mai di invecchiare. «Siamo “generati”, anche alla fede, dalla testimonianza concreta di alcune persone – afferma Anna Rossi -: per Nicolò Rusca, innanzitutto, l’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, che ebbe occasione di conoscere personalmente mentre frequentava il Collegio Elvetico, durante la preparazione al sacerdozio. Fu san Carlo a lasciare un’impronta indelebile nella vita spirituale e pastorale di Rusca». In secondo luogo, continuiamo ad essere “generati”, anche alla fede, grazie alla concretezza di chi ci è compagno e amico: per Rusca, innanzitutto, alcuni preti della sua pieve, tanto che poté riferire al vescovo di Como che erano tra di loro «come figli della stessa madre». Da ultimo, «il dono della vita e della fede diventa fecondo e a sua volta “genera”, non è un ramo secco, se viene donato – prosegue -. Questo si è svolto dentro il compito affidatogli di prendersi cura della parrocchia e della pieve di Sondrio». Eroicità e quotidianità della vita che possono ancora oggi affascinare, anche i ragazzi.



di Clara Castoldi

Il ritratto di Nicolò Rusca prima del restauro
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