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I 2300 toponimi di Piateda

La curiosità che l’ha colpita maggiormente fra i 2.300 toponimi raccolti (in assoluto l’inventario più numeroso dei 37 che la Società storica valtellinese ha pubblicato in questi anni) di cui 1.600 ancora in uso e 700 in disuso è questa: “zapel du runapeguri” ovvero un punto lungo il sentiero che sale da Agneda verso Scais a Piateda. Si tratta di uno «stretto passaggio a metà circa dul sentéer de la cràpa dove si transitava a stento col campàsc – racconta Franca Prandi -. Qui i pastori contavano le pecore, perché era un punto obbligato attraverso il quale passava solo un ovino alla volta».
È stato un lavoro interessante dal punto di vista storico ma anche umano quello che Franca Prandi ha condotto dal 2008 ad oggi e che ha portato alla pubblicazione dell’Inventario dei toponimi di Piateda, all’interno della collana curata dalla SSV. Il volume – 469 pagine – è stato presentato venerdì sera alla mediateca di fronte ad un partecipe pubblico come sempre accade a Piateda, paese molto attaccato alle proprie radici e tradizioni.
Dall’archivio ai testimoni
«Prima mi sono occupata della ricerca storica all’archivio di stato di Sondrio – racconta la curatrice del libro – poi è venuta la parte sul territorio con le interviste ai testimoni. Infine sono seguite le escursioni sul territorio con i testimoni. È stato un lavoro gravoso che mi ha coinvolto sia sul piano culturale sia quello umano. Ho preso contatto con 81 testimoni che sono stati disponibili e preziosi per il risultato che dovevamo raggiungere». Prandi ha fornito qualche numero: più di 4mila i documenti tecnici consultati, 81 i testimoni. Mentre i toponimi più ricorrenti sono, per fare qualche esempio, “aiàal” l’area dove si preparava il carbone (29 forme), “còrna” e derivati indicanti i maggenghi (31), “cràp” parte rocciosa (41), “dòs” nucleo abitativo (65), “riva” pendio (53), “val” (50). E, per restare con un argomento d’attualità, “òors” – l’orso che pare sia stato addirittura filmano alle Piane – (7).
Ricchezza alle quote alte
«Piateda non è mai stata indagata a fondo – prosegue Prandi -. Si è scritto sulla lavorazione del ferro e su Ambria, ma era terreno vergine alla ricerca. Mi ha stupito notare la ricchezza di toponimi legati a boschi, metalli, minerali, pascoli e alpeggi. Anzi la parte di fondovalle è meno ricca rispetto alle quote elevate. Altro aspetto è l’interscambio con la Bergamasca da cui sono arrivati quelli che estraevano il ferro e, in estate, i pastori con le pecore attraverso i passi orobici. La testimonianza più antica che ho trovato risale alla seconda metà del Trecento e parla di pastori che pagavano l’affitto dei terreni con formaggio pecorino e pepe. Davvero strano e curioso!».
La collana degli inventari
La Società Storica Valtellinese cura dagli anni Settanta la collana dei toponimi. Il progetto era partito dal socio Giovanni De Simoni (con un libretto di 16 pagine su Rogolo) al quale si è affiancato l’Idevv negli ultimi anni. La presidente della SSV, Augusta Corbellini, ha voluto sottolineare l’originalità della stessa introduzione storica rispetto alle precedenti. «Di solito ci si limitava a fare una storia della comunità – ha detto Corbellini -. Invece Prandi è andata oltre parlando del territorio e dello sfruttamento delle risorse del territorio visto che Piateda è ricca di pascoli, boschi, fondovalle con Adda. Ha dato un taglio economico all’introduzione. La raccolta dei toponimi inoltre è stata capillare, quello di Piateda è risultato dunque il volume più grosso di quelli pubblicati». Corbellini si è soffermata sulla gradevolezza del profilo del dialetto di Piateda curata da Remo Bracchi ed Emanuele Mambretti. «Può sembrare difficile a chi non è addetto ai lavori – ha aggiunto -, ma quando si capisce come leggerlo, diventa una lettura interessante. Attraverso il lessico Bracchi e Mambretti ricostruiscono la vita della comunità, l’ambiente, il territorio, la casa, gli animali e i rapporti famigliari».
Radici preservate
Un lavoro particolarmente apprezzato dal sindaco, Aldo Parora perché consente di «preservare la nostra cultura e le nostre radici ed evitare definitive perdite delle tradizioni e conoscenza per il mutato modello di vita – ha detto -. Artefici di questo volume sono anche gli anziani le cui testimonianze sono state raccolte meticolosamente da Prandi e integrate alla ricerca storica».
Non resta che tuffarsi nella lettura dell’Inventario. Qualche esempio, però, lo proponiamo. “Ul bàrech” è un grande prato, “al canevàl” era un campicello dove un tempo si seminavano le patate, ora prato. “Ul cléef” sono i prati parzialmente falciati, “la fegura” rustici dirottati immersi nel bosco, “li fupàsci” le selve, un tempo falciate, ora bosco. “Ul goi de li ràni” è la pozza che accoglieva le rane prima che l’acqua venisse captata dalla ex Falck nei pressi di Frusen, nella val di Agneda. “Li mòoia” era l’area acquitrinosa nell’alpe di Rodes, vi era collocato il “penàc” per preparare il burro che veniva azionato dall’acqua del torrente. E ancora “ul plaudisciù” era il pascolo per le capre dove un tempo si raccoglieva il fieno selvatico, “ul ruvinàsc” era la frana che ha avuto origine, forse nel 1911, a monte dei prati di canciòl tagliandoli in due.



di Clara Castoldi

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