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Omaggio a Giuseppina Mazzoni Rajna

La prima qualità percepita nella sua persona era la nobiltà d'animo che indicava una innata bontà manifestata in atteggiamenti di fiducia e di solidarietà con un sorriso e una buona parola per tutti, unita al desiderio di rendersi utile e, all'occorrenza, d'aiuto. La sua distinzione si manifestava nella semplicità del porsi, nell'affabilità e nella  dolcezza di modi e parole, che mettevano ciascuno a proprio agio. Era questo comportamento il risultato di una sintesi tra la congenita finezza del suo sentire e l'esperienza di una vita di relazioni sociali intensa, ma anche e soprattutto una scelta ispirata al precetto d'amore cristiano per il prossimo.
Già con queste poche parole si staglia nel lettore nitida la figura di Giuseppina Mazzoni Rajna, la storica dell’arte e animatrice culturale di Teglio e della Valtellina, professoressa al liceo Piazzi di Sondrio, cui Teglio ha recentemente dedicato una piazza, stretta fra la casa tuttora abitata dalla famiglia e la casa comunale e la chiesa parrocchiale.  
Una personalità ricca (è stata presidente del Centro Tellino di Cultura) che l’attuale presidente del Centro Tellino di Cultura, Gianluigi Garbellini, traccia con affetto, avendo avuto il privilegio di conoscerla e di frequentarla negli anni in cui, ormai pensionata, decise di stabilirsi a Teglio. «Da lei ricevetti stima, amicizia, affetto e un chiaro esempio dell'importanza della cultura – è il ricordo di Gabellini -, non solo come personale patrimonio formativo, ma anche come stimolo per condividere la conoscenza con gli altri, una istanza che non poteva mancare in chi, come lei, per tutta la vita era stata fra studenti, alla quale non rinunciò nel lungo soggiorno tellino». 
Senza che lei lo ostentasse, si avvertiva subito, insieme alla signorilità del portamento, la profondità della sua cultura squisitamente umanistica, tra letteratura, arte e storia dell'arte, unita all'amore per il greco e per il latino, tanto interiorizzata e padroneggiata da suscitare pronta ammirazione nell'interlocutore. Il suo curricolo di studi e professionale in effetti si era svolto in un ambiente del tutto straordinario in città ricche di fermenti e stimoli culturali quali Bologna e Firenze e tra personalità di spicco nella sua stessa famiglia: la madre scrittrice, il padre astronomo e lo zio Pio Rajna filologo. Nel 1974 Giuseppina Mazzoni Rajna fu eletta presidente del Centro Tellino di Cultura, alla morte della sorella Maria che ne era stata fondatrice e prima presidente. «Ebbe inizio con lei un periodo di intensa attività per l'associazione con prestigiose iniziative culturali, favorite dalle varie conoscenze fiorentine della presidente – prosegue lo storico -: le indimenticabili mostre con le acqueforti di Almina Dovati Fusi, le originali tavole a matita e carboncino di Igina Biriaco, le artistiche terrecotte di Gambone e i delicati smalti d'arte di Sergio Santi, senza per questo trascurare chi, giovanissimo, affidava le sue prime opere alla critica con una mostra patrocinata dal Centro Tellino di Cultura, come nel caso del giovane pittore Tresoldi di Caravaggio».  
Le manifestazioni di musica classica, aperte dal "Trio d'archi" di Firenze nel 1974, conobbero da allora una vera "età felice" con le memorabili serate nel cortile interno e nel salone d'onore di palazzo Besta, regista e animatore instancabile Giuseppe Ferrari, violinista della Scala che aveva eletto Teglio a luogo delle sue vacanze, collaboratore dalle mille idee Felice Chiusano del Quartetto Cetra, ormai tellino d'adozione, consulente e sceneggiatore don Giuseppe Lanino, da anni residente in paese e, sponsor generoso, la ditta "Pezzini Center" di Morbegno, tramite il suo delegato Sandro Nava: una équipe eccezionale di persone, gravitanti attorno alla presidente d'indiscusso prestigio quale la prof.ssa Giuseppina, che regalò a Teglio intensi momenti di fervore culturale e di divertimento. Sotto la sua presidenza, segretaria la zelante Violantina Morelli e con il fattivo concorso dei soci del consiglio direttivo, il Centro Tellino di Cultura fondò la biblioteca (divenuta poi comunale), il coro "Valbelviso", la "bandina" dei ragazzi, la Banda Tellina, il Gruppo folkloristico "Gent de paes" e diede inizio, precorrendo i tempi, a corsi di lingua inglese e tedesca, di fisarmonica, chitarra, pianoforte e perfino di tessitura.
«Giuseppina Mazzoni Rajna amava sinceramente – aggiunge - Teglio, un amore nato e coltivato in famiglia e assorbito con il latte della balia di San Rocco - come orgogliosa amava ricordare - che si unì, in solido connubio, a quello della città del cuore - Firenze -, plasmando la sua personalità di donna di raffinata cultura che mai disdegnò le radici montane».  Questo è il «vero Teglio», scrisse nella sua prosa limpida e immediata: «Una natura privilegiata, chiese e palazzi, dal Romanico al Barocco, dal Settecento all'Ottocento, aventi come fulcro il cinquecentesco palazzo Besta di fama quasi internazionale; ma anche piccole contrade disseminate dagli antichi padri nei luoghi più suggestivi: esempi di comunità raccolte, incentrate sul lavoro dei campi o artigianale, testimonianze di secoli ben lontani, tutte rivissute entro un'atmosfera di altissima civiltà  e di profonda cultura».
Prosegue l’amico Garbellini: «Teglio era dunque per lei l'amenità del paesaggio, la ricchezza della storia, il patrimonio monumentale e artistico e, soprattutto la sua gente dall'antica duplice componente - aristocratica e popolare - laboriosa, fiera del suo passato, pronta alla battuta e all'apprendimento, riservata, dai modi un po' bruschi, ma schietti, e in fondo generosa e allegra. Questo suo amore era coralmente contraccambiato dalla comunità che vedeva nella "sciura Pina" una persona senza alcuna alterigia, che subito comunicava anche con il più umile, parlando il dialetto tellino all'occorrenza: una distinta signora tellina. La sua espressione ricorrente era: "Ah, questo nostro straordinario Teglio, questi nostri tellini, così arguti e intelligenti" e per non far sentire furest e survegnü i suoi più stretti collaboratori non tellini, concludeva sorridendo: "Eh, ci volevano però anche due tiranesi …"». Riconosciuto merito di Giuseppina Mazzoni Rajna fu dunque il suo amore per Teglio, non un geloso sentimento intimo, ma anche, e soprattutto, un imperativo civico per la convinta azione di difesa della peculiarità tellina e per la promozione di eventi culturali a beneficio della collettività.
Nel clima del frenetico e scoordinato boom edilizio, che - così sosteneva - aveva portato «troppe cose nuove, troppi interessi, troppe illusioni, anche false, miraggi da raggiungere ad ogni costo», non esitò a indire una pubblica assemblea per cercare di far capire alla gente il pericolo in atto e le conseguenze di scelte dissennate. «Ancora la vedo, lei ormai ottantenne, ma sempre una distinta signora, guidare con fare convincente e fermo e attentamente ascoltata, la serata nella affollata palestra – sempre Garbellini -. Lei così prudente e attenta a mai offendere, non aveva esitato a redarguire con espressioni forti in quel 1984 l'amministrazione comunale "assente, - diceva - anzi (e la parola non sembri troppo forte) ostile ad ogni iniziativa culturale o di mantenimento dei beni più sacri del nostro paese. La voce della cultura suona male a certi orecchi che si aprono soltanto per rumori di ben altri strumenti": parole che indubbiamente rivelano, nel tono forte, una insospettata Giuseppina, la fermezza del suo carattere e la capacità della giusta indignazione».
Era pronta all'azione e infatti per due volte intervenne, quale presidente del Centro Tellino di Cultura, per scongiurare danni in palazzo Besta: una prima volta con il telegramma al ministro Spadolini per denunciare l'errore nel rifacimento del pavimento del loggiato, che essendo inclinato verso l'interno anziché all'esterno, buttava l'acqua piovana dentro il salone d'onore. Garbellini ricorda il suo sconcerto quando l'accompagnò al palazzo di fronte al pavimento del salone sconnesso e alle sottostanti volte imbevute di acqua. Rapida decisione: «Segnalo subito tutto a Spadolini». Pronto, il ministro in risposta all'appello, stanziò una bella somma per eliminare il danno. La seconda volta salvò in extremis dallo scempio, la stüa settecentesca che già si era progettato di smembrare per farne la foresteria. «Avevo infatti sorpreso in una visita al palazzo che si stavano facendo strane misurazioni nel salone foderato di cembro delle stanze "d'inverno" per istallare tubi e condotte e individuare il posto dei sanitari – racconta lo storico -. Messa al corrente, la presidente non esitò a intervenire con tempestività a Milano e a far accantonare il progetto».
Naturalmente va ricordata anche la  sua produzione scritta in buona parte dedicata alla Valtellina e, in particolare, a Teglio, tra cui si distinse per novità e importanza "L'Orlando Furioso in Valtellina" sul ciclo di affreschi del salone d'onore di Palazzo Besta. Su proposta dell'associazione Bradamante, accolta dal Centro tellino di cultura e degli Amici di palazzo Besta, sarà ripubblicato nel 2013 il saggio, «non un’illustrazione del poema – come ha avuto modo di dire lo scrittore Ernesto Ferrero, oltre che parente (per moglie) della Mazzoni Rajna in occasione dell’inaugurazione della piazza - ma una re invenzione del poema con il linguaggio di una pittura che pare tanto l’antenato dei fumetti».
Una testimonianza molto personale, ma che  mette in luce un aspetto importante e meno noto della sensibilità intraprendente e materna di Giuseppina Mazzoni Rajna, è quella rivelata dall’assessore alla Cultura, Bruno Ciapponi Landi. «Io nacqui poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, concepito fra le ultime raffiche della famigerata Repubblica Sociale Italiana di Salò, nelle cui fila mio padre militava e mi sono portato sempre addosso la vergogna che aveva colpito tutta la famiglia per questa appartenenza e per la mia nascita – ha detto -. Avevo visto mio padre, fiorentino che viveva a Firenze con la sua famiglia, solo due volte: dalla balia e all’asilo. Poi su di lui calò l’oblio e a tutti sembrò che dimenticare fosse la cosa più conveniente. Gli anni passarono e quando fui sposato e padre a mia volta mi prese la voglia di conoscere l’uomo di cui ero figlio, ma quarant’anni di silenzio, anche di odio-amore, non erano facili da superare e incontrarlo mi pareva anche una specie di tradimento di chi mi aveva allevato, senza di lui, con tanto amore, fatica e sacrifici».
«Ero in queste ambasce quando per ragioni del mio ufficio in Provincia (era allora assessore l’amico Guido Visini), mi toccò di curare con Giuseppina Mazzoni Rajna la pubblicazione del suo “L’orlando furioso in Valtellina” – prosegue Ciapponi -. Mi confidai con lei che divenne subito la mia generosa ambasciatrice volontaria a Firenze e con intelligenza, delicatezza e signorilità, fu la madrina del mio riavvicinamento al babbo, rimasto nel frattempo vedovo. Come in una fiaba tutto si ricompose, fra Teglio, Tirano e Firenze: mio padre e mia madre si sposarono e vissero felici gli ultimi anni della loro vita; io aggiunsi al cognome della mamma quello del babbo e, grazie al determinante intervento della signora Pina, godemmo tutti di una quota insperata di vita familiare regolare, di cui rimarrò sempre grato alla sua memoria».
«Sono stato beneficiario delle lezioni di storia dell'arte di nonna Pina che chiamo così perché sono entrato a far parte di questo parentado e perché credo che sia la nonna di tutti i tellini. Quando siamo andati in viaggio di nozze a Firenze, ci ha dato lezioni, trasmetteva la felicità di chi è in grado di riconoscere ed identificare le caratteristiche della grande arte. Da queste sue conversazioni si usciva si volando a mezzo metro di altezza. Una delle fortune di un essere umano è di imbattersi in docenti che sono in grado di accendere quelle lampadine che rimangono accese per tutta la vita».
Ernesto Ferrero, scrittore e parente di Giuseppina Mazzoni Rajna attraverso la moglie Carla, inizia da un racconto personale la descrizione di Giuseppina. Dostoevskij chiedeva se la bellezza salverà il mondo. «Cerco di rispondere – aggiunge -: la bellezza non piove dal cielo, per crearla ci vuole fatica. Una volta creata, bisogna identificarla, capirla, metabolizzarla e trasmetterla. Questo dovrebbe fare l'educazione. Questo ha fatto nonna Pina, che voleva preservare l’identità culturale di Teglio e dell'Italia, un patrimonio non da seppellire come si faceva all'epoca e che oggi ancora si fa sotto la coltre del cemento. Noi siamo possessori indegni di una miniera d'ora che non sappiamo sfruttare. Questo stato di ignoranza colpevole deve finire per sempre».
«Oggi ricordiamo nonna Pina non perché è una figura archeologica, che si onora e che poi releghiamo in soffitta – ha aggiunto -. Siamo tutti qui è perché crediamo che questa sua lezione sia viva, attuale e profetica e innovativa. Dobbiamo deciderci a guardare indietro e a vivere quello che è stato fatto, che fa parte della nostra tradizione».



di Clara Castoldi

Giuseppina Mazzoni Rajna
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