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Intervista a Valerio Righini

C’è forse un solo modo per festeggiare il proprio compleanno professionale se si è artisti: una personale delle proprie opere nella propria città. Nel 45esimo di attività di pittore e scultore, Valerio Righini si è “regalato” una mostra che in questi giorni è esposta a Tirano. “Arte a corte” è il titolo dell’esposizione promossa dagli assessorati alla Cultura e al Turismo del Comune di Tirano nell’ambito del Distretto Culturale della Valtellina.
Abbiamo incontrato Righini lungo il percorso che scandisce la mostra per una chiacchierata che è anche un bilancio di quanto realizzato in questi anni, con un occhiolino strizzato verso il futuro.
Cosa significano 45 anni di attività di artista?
«È un lungo percorso, si è cambiati tanto dall’inizio a oggi per fortuna – risponde -. Da quando sono in pensione faccio questo lavoro di professione, fino a pochi anni fa insegnavo ed era l’insegnamento a darmi il sostegno economico per poter proseguire con la mia passione».
Quali tappe del suo percorso ricorda con emozione?
«Mi hanno appassionato tantissimo gli anni del liceo artistico a Brera. In Valtellina non c’era, così a 14 anni sono andato a Milano. Superata la prima settimana di scombussolamento in questo edificio polveroso, buio con corridoi che sembrano labirinti in cui perdersi, il liceo è diventato un paradiso. Tant’è che anche oggi quando vado a Milano una capatina a Brera la devo fare. Ricordo la bella esperienza a fine anni Settanta quando ho partecipato ad un concorso che inaspettatamente ho vinto. Il premio consisteva nel ricevere l’Ambrogino d’oro e nell’esporre in una galleria in via Magenta. In questa galleria avevo esposto un quadro intitolato “Ordine e pulizia. Omaggio a Roberto Franceschi”, studente ventenne dell'università Bocconi di Milano, colpito a morte il 23 gennaio del 1973 da un proiettile di pistola in dotazione alla polizia, che quella sera presidiava l’università per impedire una assemblea aperta agli studenti delle altre università milanesi. La mamma di Roberto, Lidia Franceschi, dopo aver visto la mostra, mi ha lasciato una splendida lettera che ancora conservo. Il quadro l’ho donato alla fondazione che la signora Franceschi fondò».  
Seguono le mostre come quella a Aix en Provence, i concorsi, la grande opera per l’ospedale di Poschiavo, quale il ricordo più curioso?
«Sicuramente quando partecipai ad un concorso internazionale insieme a Not Bott a Madonna di Campiglio. Avevamo un tronco di legno alto quasi due metri dal quale dovevano ricavare una scultura. L’ho segato a fette. Ho spaccato le fette come fossero legna ad ardere e le ho rimontate intorno al palco centrale che le tenesse insieme. Alla fine ho montato una colonna che è diventata larga un metro e larga due, alla testa delle “lamelle” ho incollato vetri oppure alcune le ho pitturate in oro o argento. L’ho intitolata “Pira circolare”. Mi hanno riferito che la persona che aveva messo a disposizione i legni, quando ha visto l’opera, ha chiesto chi era il “pazzoide” che aveva conciato così un legno di rovere. Alla fine bisogna portarla via, l’ho caricata sul furgone per portarla a casa. Si passava nei paesini e la gente guardava stupita. Arrivati a Tirano c’era il problema di dove collocare la scultura. Ho chiesto all’asilo di fronte a casa mia se potevo disporla nel giardino. È stata lì un paio di anni. Un giorno non la vedo più allora e allora chiedo all’amministrazione. La risposta è stata: «Ah, ma era una scultura? C’era un vecchietto che chiedeva se avevamo legna da ardere per riscaldarsi e gliel’abbiamo data». Insomma il titolo dell’opera “Pira circolare” è stato il suo destino».  
Lei dice che le piace fantasticare quando lavora, in che senso?
«La componente ludica quando si fa arte è secondo me importantissima. Quando dico che fantastico intendo che gioco con forme e colori. Poi quando mi chiedono di spiegare la mia opera vado nel pallone. Credo che essa debba parlare da sola. La spiegazione fa gioco ai critici che creano le loro scuole e schiere. Le opere dovrebbero essere apprezzate, stando zitti. Ognuno percepisce quello che vuole. Ognuno sull’opera, se è interessato, può fantasticare e questo è uno dei motivi per cui l’arte si carica di altre significati. Al di là delle opere figurative o descrittive che ti danno un dato oggettivo in cui si riconoscono le forme, la produzione astratta è da interpretare individualmente».
E la galleria Alcantino a Madonna di Tirano, anche questa è un regalo?
«Avevo bisogno di un posto dove raccogliere le mie opere che ho sistemato ad Alcantino e, per la verità, già riempito. Già parlandone con padre Camillo De Piaz, il sogno era quello di aprire la galleria ad altre esperienze. Così ho iniziato ad organizzare incontri come quelli con Giorgio Luzi, un disegnatore di fumetti, un designer, diversi poeti, architetti, a settembre verrà uno scultore di Mantova. Li invito senza spese o cachet, offro la possibilità di alloggiare nel mio spazio. La soddisfazione più grande è che vedere la presenza di tanta gente proveniente da Tirano, Sondrio, Bormio e la Svizzera, cui tengo particolarmente visto che l’origine della mia famiglia è ticinese».
A cosa sta lavorando ultimamente?
«Ho iniziato una bella collaborazione con l’editore Pulcino Elefante che ha scaturito cinque libretti. Ho realizzato un centinaio di vetrini, 7 cm di grandezza, incisi in superficie sopra e sotto, dipinti e accoppiati con la poesia di un poeta da Alberto Casiraghi a Giorgio Luzi, da Giacomo Gusmeroli a Gilberto Isella ad Angelo Fiocchi. Ne ho in cantiere uno con Fiammetta Giugni. Poi mi piacerebbe realizzare gli stessi vetrini più grandi. Inoltre sto facendo grandi disegni a matita».
Si può dire conclusa la fase degli “elmi”?
«Assolutamente no. Vorrei uscirne, ma è una “forma” che mi tira dentro. Devo ancora produrre. Dagli elmi, per la verità, sono passato alle impronte digitali e alle torri. Le impronte hanno forma tondeggiante, sono segmenti che si susseguono e danno l’impressione di formare un’impronta. Le chiamo impronte ma richiamano gli stessi elmi o delle teste. Poi c’è la serie delle torre su vetro, nata spontaneamente da una macchia che mi sembrava una torre e mi ha suggerito il tema».
C’è qualcosa di intentato ?
«Beh sì. Sono tante le cose che si vorrebbero provare. Ogni tanto si partecipa a concorsi. Quando arriva l’esito, che è negativo generalmente, ti chiedi se è per la qualità o perché non sei raccomandato. Amarezza provo nel pensare al bel concorso indetto a Sondrio per dipingere il muro perimetrale del nuovo blocco dell’ospedale. Ebbene non sono neppure entrato nella rosa dei papabili, non so chi abbia vinto, ma mi spiace. Ho un’opera a Poschiavo e una Santa Caterina. Mi sarebbe piaciuto poterne realizzare una anche a Sondrio».
Torniamo a Tirano, com’è nata “Arte a corte”?
«La mostra è partita in sordina. Il proprietario di palazzo Mazza mi ha proposto una mostra nei palazzi. Ne abbiamo parlato con Bruno Ciapponi Landi e con il sindaco e si è concretizzata. Mi sembra bella. Ci sono otto punti esterni, oltre alle sale del piano terra di palazzo Mazza dove ho messo molte opere. I contesti in cui mi sono inserito sono ricchi e carichi con la loro storia, non è scontato inserire un’opera contemporanea in questi ambiti. Bisogna relazionarsi con l’esistente. Credo che in questa esposizione le opere dialoghino con gli spazi in maniera armonica, senza grandi contrasti».



di Clara Castoldi

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