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Il Patto di Teglio non è più perduto

Il patto di Teglio non è più “perduto”. Importante rivelazione che cambia le pagine della storia quella di Ilario Silvestri, ricercatore e storico dell'Alta Valtellina che ha rinvenuto poco più di un mese fa il prezioso documento del 1513 nell'imponente archivio storico del comune di Bormio. Parliamo di una copia cinquecentesca del “trattato dei 5 capitoli”, documento citato un po’ da tutti gli storici dell’antico regime, mentre il maggiore storico valtellinese, Enrico Besta, dubitava invece della sua esistenza, così come molti storici grigioni. Il documento contiene gli accordi tra Valtellinesi e Grigioni stipulati poco dopo l’occupazione dell’esercito delle Leghe. Con esso il vescovo di Coira e le Tre Leghe concedevano alla Valtellina e alla Comunità di Teglio di partecipare con i loro rappresentanti alle diete, con tutti i diritti degli altri confederati: la Valtellina cioè, secondo tale trattato, non avrebbe avuto lo stato giuridico di suddito, ma sarebbe entrata con onori e oneri nella confederazione retica. Si trattava però di impegni e concessioni che sarebbero diventate piuttosto imbarazzanti per le Leghe, tanto che, verosimilmente, i magistrati grigioni ne avrebbero sottratto e distrutto le copie reperibili. Questa in estrema sintesi la storia del “Trattato dei 5 capitoli” che ancora oggi accende la discussione. Se i rapporti fra valtellinesi e grigioni sono divenuti ora sereni, il nodo del famoso Patto di Teglio ancora divide le opinioni. Fino ad ora con l’inconfutabile documento trovato a Bormio. Ma – la domanda che ci si pone – perché proprio a Bormio? «Importanti conseguenze vi furono nell’applicazione del trattato per la Comunità di Bormio – spiega Silvestri -, la quale volle estrarne una copia, pur non comparendo in nessuna forma nel documento. Il fatto però di non comparire era anche la prova della sua estraneità dalla Valtellina. Il maggior problema infatti dei Bormini dopo la venuta dei Grigioni fu la Valtellina e le relazioni con essa che furono sempre piuttosto spinose. Bormio temeva cioè di doverne condividerne le sorti politiche e soprattutto economiche, in particolare vi era il rischio di dover condividere i proventi del commercio del vino acquistato in Valtellina senza alcuna gabella e venduto Oltralpe, oltre al monopolio del transito con merci dai valichi del Bormiese». Insomma con la venuta dei Grigioni, la politica di Bormio fu quella di volersi distinguere dal resto della valle dell’Adda, non intendendo condividere le sorti della Valtellina ma volendo conservare i propri privilegi, autonomia e indipendenza, e per tale ragione fece in modo che negli statuti fosse inserito quel capitolo 319 che precedentemente non compare in nessuna forma: il titolo di esso è “de non habendo communionem cum Valle Tellina”, e in esso si prevede che ogni tributo che fosse stato imposto alle comunità soggette, avrebbe dovuto essere imposto separatamente, giusto come nel “Trattato dei 5 capitoli”: al quinto di essi, era stato imposto un tributo di mille rainensi alla Valtellina senza che tale pagamento avvenisse con il contributo della Comunità di Bormio.
I Grigioni infatti, dopo aver preso possesso della Valtellina e contadi di Chiavenna e Bormio, furono, allo stesso modo di chi li aveva preceduti, molto generosi con il contado di Bormio. Il 7 febbraio 1513 gli statuti di Bormio furono confermati, ma poco dopo i Valtellinesi incominciarono, proprio per i malintesi derivanti dal trattato dei 5 capitoli, a violare quei privilegi che avevano già concesso i duchi di Milano e il re di Francia confermato. La Valtellina cioè, come confederata delle Leghe, avrebbe goduto, per esempio, del libero transito per i passi bormini ottenuto dalle Leghe con l’accordo del 1487 con Ludovico il Moro che governava a nome del nipote Gian Galeazzo Maria Sforza. Iniziarono quindi, da parte degli ambasciatori bormini le missioni Oltralpe, alle diete, per ottenere il rispetto di quanto convenuto. Rispetto che i Grigioni imposero ai Valtellinesi in maniera perentoria con i decreti dati in Coira il 7 maggio 1517 e ribaditi in Illanz l’anno seguente. In sostanza sembra di dover concordare con Angelo Lavizzari quando, all’inizio dell’Ottocento, nella sua “Storia della Valtellina” scrisse   «di essersi i Valtellinesi sottomessi bensì per privilegiati, ma però sudditi; averli ricevuti i Grigioni bensì per sudditi, ma però privilegiati».



di Clara Castoldi

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