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Un'architettura per la montagna

«In quanto nesso privilegiato tra terra e cielo una montagna trasferisce il proprio prestigio ai fenomeni architettonici che la coronano» (William Alexander McClung). Un trasferimento che impone anche un “obbligo”: che l’architettura inserita sia non solo nella montagna e della montagna, ma anche per la montagna. Partendo da questo pensiero si possono citare esempi nobili e “virtuosi” di architettura per la montagna in Valtellina: il villaggio del sanatorio Eugenio Morelli di Sondalo, le strade dello Stelvio e dello Spluga di Carlo Donegani oppure la centrale elettrica del Roasco a Grosio di Piero Portaluppi. Oppure, avvicinandosi al territorio elvetico, la centrale di Albanaccia poco sopra St. Moritz.
In un momento in cui è più che mai aperto il dibattito fra mimetizzazione degli interventi nel contesto territoriale e il “mettere in piedi” dell’architettura, l’architetto Graziano Tognini – che ha scritto peraltro sui temi della pianificazione paesistica con particolare attenzione agli aspetti culturali e formali del territorio, sulle problematiche del restauro, estendendole anche alla conservazione dell'architettura contemporanea – ha dato qualche spunto di riflessione sull’architettura per la montagna durante l’incontro promosso dall’artista (e compagno di corso al Politecnico di Milano anni fa) Valerio Righini nella sua splendida galleria Alcantino a Madonna di Tirano venerdì sera.
«Una casa non deve mai essere sulla collina, deve essere della collina», ha citato l’architetto che lavora a Sondrio, proponendo l’esempio della sottostazione progettata da Hans Jorg Ruch (1996) su una strada significativa, poco sopra a St. Moritz. «E’ un’architettura che si pone in un luogo storico – ha spiegato -, un edificio importante dimensionalmente, un’architettura dell'energia. La centrale si inserisce nel declivio montuoso, da cui emerge per una porzione con determinate forme. È una costruzione fatta con materiale che parrebbe porsi come forma di mimetizzazione, estratto direttamente nel luogo con un rapporto con il paesaggio. Albanaccia nasce come un’architettura di pietra, può apparire cioè un’opera trovata nella natura». Proponendo una serie di similitudini visive e formali, l’architetto ha aggiunto che «Albanaccia è un’architettura approdata alla montagna, come i grandi massi erratici che ci sono su tutte le montagne. Oppure come una grande nave che scende dallo Julierpass. E come una grande nave è anche il complesso dei sanatori Morelli. Pensiamo alla modifiche che il villaggio sanatoriale di Sondalo ha portato alla montagna, ha creato un’architettura tale che ha costruito la montagna». Un parallelo che si può istituire anche per le grandi vie di comunicazione del Donegani sulla strada dello Stelvio e dello Spluga, profonda cultura dell'ingegnere fra opera e natura. «Donegani ha creato forme con questi “turnachè” (tornanti) che andavano a modificare un territorio aspro e inospitale, e diventavano elementi di grande mediazione non solo con la montagna, ma anche con civiltà». Secondo l’architetto la mimetizzazione è tante volte una falsità formale. Di Portaluppi, che era un raffinato architetto, Tognini ha citato la centrale di Roasco a Grosio (1922): «un’affascinante architettura dell'energia, in cui ha ripreso come genius loci (l’anima del luogo, nda) le forme del castello Visconti Venosta sovrastante. Forse c’era dell’ironia in questa ripresa dei merli del castello».
Altro esempio di ispirazione (in ambito di restauro) è il Castello di Santa Maria di Tirano (XVI secolo) detto Castellaccio da Tognini stesso restaurato. «Lo stato di fatto è uguale al progetto – ha affermato -. Ho operato non conservando l'immagine, ma conservando quello che la storia ha dato. Nessuna ricostruzione, nessuna aggiunta neppure con elementi reversibili per non affaticare il percorso del monumento. La condizione primigenia non deve (e non può) essere ricercata».
Si apre così il dibattito relativo alla conservazione e al restauro. «C’è un’inflazione della parola “memoria”, in cui si mette di tutto – ha fatto presente Tognini -. Tutti i posti sono diventati memoria. Ma siamo chiamati a rispondere, con scienza e coscienza, ad una serie di domande. La prima cosa che insegnano negli istituti è che la condizione fondamentale perché avvenga il restauro è la compatibilità d'uso. Pensiamo alla realtà territoriale della Valtellina. Ho censito i 1800 nuclei di antica formazione in Valtellina e Valchiavenna (ovvero i nuclei composti da 4-5 case con edificio di culto o micro ambienti di carattere urbanistico) e 800 edifici di culto nella sola Valtellina. Il “genius loci” muta con il mutare delle condizioni. Bisogna considerare la possibilità di scegliere – perché la memoria è selettiva – cosa conservare e cosa lasciare ad un degrado. Non c'è discontinuità fra progettazione, conservazione architettonica e restauro. Cosa facciamo di questo patrimoni? Spesso ce la si prende con gli architetti, ma il Piano del governo del territorio lo decide la politica, che considero elemento portante non solo della dimensione sociale, ma anche culturale».



di Clara Castoldi

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