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Enrico Besta e la Valtellina

Storico, giurista, scienziato. Ma anche uomo dalle doti di generosità e benevolenza. Un esempio su tutti: quando un candidato si presentava davanti a lui all’università per sostenere l’esame, Enrico Besta gli rivolgeva una domanda con parole semplici. Se il candidato non rispondeva riproponeva la domanda in altri termini, se non rispondeva ancora gli diceva di parlare di quello che voleva. Se il candidato faceva quella che oggi chiamiamo “scena muta”, allora restituiva a lui il libretto senza scrivere nulla, contravvenendo al regolamento universitario, ma dando una chance al giovane.
Enrico Besta era anche questo. Un uomo buono. Un aspetto questo su cui ci è molto soffermati nel corso del convegno che il Comune di Tresivio e la biblioteca hanno organizzato nella sala conferenze – rinnovata e accogliente – alla presenza di relatori qualificati sia per gli studi sia per la conoscenza di Besta, oltre che della famiglia e dei discendenti del Besta che a Tresivio deve la nascita. Una nascita che è già di per sé un “dono” prezioso per Tresivio. «Enrico Besta non ha scelto di nascere nel 1874 in un giorno qualunque – ha ricordato in apertura l’assessore alla Cultura, Carmen Beltrama, affiancata dal sindaco Fernando Baruffi -, ma il giorno della festa patronale del nostro paese, ovvero il 29 giugno».  «Besta era prima di tutto e soprattutto valtellinese – ha ricordato Olimpia Aureggi Ariatta, professore e avvocato, degna emula del maestro -. Parlava della storia, delle montagne, dei boschi, dei prati e della sua vigna di Tresivio. Alla fine della sua giornata di professore universitario, si fermava a chiacchierare con amici, colleghi e studenti a parlare della Valtellina, soprattutto di Tresivio e della sua vigna dove, diceva, ci fosse l’oro. Non si è mai capito se Enrico Besta intendesse la polvere o se ciò fosse una metafora per indicare quanto bella fosse la sua terra».
Besta ha dovuto allontanarsi presto della Valtellina, perché mancando il padre quando era aveva soli 9 anni, ha trovato affetto nello zio Fabio, professore di Ragioneria all'Università a Venezia. Per Besta è stato meraviglioso andare a Venezia. Poi è andato a studiare a Padova dove si è laureato con una tesi talmente bella che a  24 anni era già ad insegnare all’Università di Sassari. «Lì si è trovato in un ambiente che gli ricordava la Valtellina – ha proseguito -, per il carattere chiuso e diffidente della gente che, quando si apriva, però era ospitale e soprattutto leale. Diceva che quando era piccolo si era vestito da brigante sardo ad una festa di Carnevale e poi si è trovato, ironia del destino, a insegnare proprio in Sardegna il diritto».
Ha studiato diritto per tutta la vita. Nell’ambito del diritto volgare italico si era soffermato nello studio delle “consuetudini” soprattutto del sud Italia ma anche di quelle valtellinese, che sono andate perdute, ricordava i boschi e pascoli comuni che rispondevano nel passato alle esigenze della popolazione locale di proteggere strade e paesi dalle valanghe e di portare gli animali al pascolo in zone molto vaste. La storia di Besta prosegue con la sua esperienza a Pisa in un momento proficuo, dove ha pubblicato un trattato sulle fonti del diritto italiano. Ha studiato diritto pubblico e poi a Milano negli anni Trenta ha pubblicato un trattato in cinque volumi sul diritto privato. In quegli anni sospese occasionalmente le sue lezioni all'Università, perché aveva avuto incarico di organizzare l’Università italiana del Levante con sede a Rodi. Nel ‘45 Besta riprese le sue attività nazionali e internazionali, nel '49 ha dovuto andare in pensione, ma solo sulla carta perché è sempre rimasto all'Università di Milano a tenere lezioni. Poco prima di mancare (è scomparso nel 1952), «ci aveva detto che sarebbe andato a partecipare ad un congresso, non lo abbiamo più visto – ha concluso Aureggi -. Osannato, venerato e riverito, era membro di tutte le accademie internazionali degne della sua personalità. Aveva solo due rimpianti. Il primo era che il suo successore alla cattedra a Milano non fosse valtellinese. Il secondo è più curioso: suonava bene il pianoforte e cantava. Con la moglie aveva inciso un disco di Mascagni, questo si era rotto e non fu stato possibile aggiustarlo».
Un fedele ritratto è stato tracciato anche dalla presidente della Società Storica Valtellinese, Augusta Corbellini, e da Francesco Giucciardi, avvocato e lontano cugino del luminare nato a Tresivio che hanno parlato delle due sue passioni: la storia e il diritto. Besta nel 1920 insieme a Pio Rajna, Francesco Sassi, Ercole Bassi e Giovanni Guicciardi ha promosso la costituzione della Società Storica Valtellinese, «avvertendo il bisogno – ha detto Corbellini - di formare un’accademia per raccogliere i documenti del passato, ricordare e conoscere ciò che furono, operarono e offersero le generazione precedenti. Il 10 settembre 1921, alla prima assemblea, fu eletto presidente Rajna e Besta segretario fino al 1931, quando divenne presidente dando un’impronta più attiva e fattiva, capace di ricerche e produzioni alla SSV». Alla sua morte succedette don Egidio Pedrotti che ne era stato alunno. Pedrotti ha dedicato al Besta un necrologio sul bollettino della SSV nel ’53. «La sua figura mi intimidiva un poco – scriveva Pedrotti -, mi aspettavo un uomo autoritario, mentre aveva un sorriso dolce, invitante e paterno». Don Egidio parla di un «lavoratore instancabile, di resistenza prodigiosa, doni di una mente dotata». Si ricorda la singolarità e forza di temperamento, di lui che «continuava a lottare contro le energie che svanivano». L'amore per la sua valle è stato motivo dominante della sua esistenza. Di carattere gioviale, ricordava scorribande in bicicletta in Valtellina, anche se poi la sua passione prima era la storia.
Francesco Guicciardi, di origini tresiviasche per padre,  ha proposto invece qualche aneddoto di stretta vicinanza famigliare ad Enrico Besta, figlio di Carlo Besta e Francesca Guicciardi. E lo ha fatto leggendo prima le parole che la figlia Bice Besta ha scritto sul bollettino della biblioteca comunale e poi concludendo con il suo personale ricordo: Besta era «figura austera e semplice insieme, emanava grandi doti di umanità e serenità, aveva verso noi giovani un atteggiamento di comunicazione spontaneo, ricco di calore umano». E il ritratto esposto in sala, grazie alla disponibilità della famiglia, è stata la testimonianza viva di quell’espressione intelligente e umile, buona e ricca.

«Venire a Tresivio significava per lui riimmergersi in quello studio tanto amato per il quale vedeva svolgersi come in un filmato le vicende della sua piccola patria dalle origini più remote e oscure alle più vicine, viventi ancora nei documenti, tracciati o siglati di pugno dai personaggi che vi avevano preso parte». Uno dei ricordi più belli e sentiti insieme di Enrico Besta è stato scritto dalla figlia Bice nel bollettino della biblioteca comunale n.7 del 1990. Pagine dense di emozioni in cui si tratteggia la personalità del giurista e storico tresiviasco. Ne riportiamo qualche passo. «Così egli passava il suo tempo consultando gli archivi della valle, riportandone messe di appunti, che si accumulavano sul suo tavolo nel raccolto studio, dove trascorreva il resto della giornata, estraniato al rumoroso mondo circostante nella grande casa. Vi entrava all’alba per approfittare della pace delle ore mattutine e, salvo la pausa per il pranzo, nell’attesa del quale si abbandonava allo svago di una sonata al pianoforte, ne usciva al calar del sole, per la passeggiata quotidiana al centro del paese, sollecitato dai familiari». Nelle belle parole della figlia Bice si ricorda Enrico Besta che contemplava con occhio amoroso le sue montagne, abbracciando in uno sguardo l’intera vallata, che a lui parlava non solo col fascino della sua bellezza, ma con la dolcezza di tanti ricordi giovanili e con il linguaggio delle testimonianze ancora presenti della storia del passato, che riviveva in una chiesa, in un edificio, in uno stemma, in un portale, in un muro, in un sasso. «Sapeva tutto il possibile di tutto, perché di tutto ciò che riguardava il suo paese in qualche momento della sua vita si era interessato – scrive Bice -. Forse lo ricorderanno ancora quei ragazzini di allora, che l’aspettavano al varco, quando arrivava da Sondrio trascinando per la salita della stazione la sua bicicletta, per provare l’emozione di contemplarla e di toccare quel prodigioso cavallo d’acciaio e magari salire in canna per un breve giro. “Il Barbetta” non avrebbe detto di no, bonario e sorridente, anche se con un po’ di patema d’animo. Allora la bicicletta era cosa rara tra noi e preziosa quanto un’automobile ora…».



di Clara Castoldi

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