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Valtellinesi. Schiavi di Hitler

Sembra un film raccontato in quattro quadri. Le vicende sono simili, ma cambiano gli attori, i dettagli. Le immagini scorrono nitide nel lettore che prende fra le mani “Valtellinesi. Schiavi di Hitler” il libro, edito da SPI CGIL, che Pierluigi Zenoni ha da poco dato alle stampe. Il primo quadro del film è l’8 settembre 1943, giorno dell’Armistizio. La gente in preda all’allegria perché pensa che sia finita la guerra. «Alcuni militari valtellinesi sono a Vercelli stranamente arruolati fra i carristi – riferisce Zenoni -. L’8 settembre mangiano riso e rane e ci bevono sopra vino spumeggiante. Nel locale è accesa una radio che, alle 20, trasmette canzone “Vieni c’è una strada del bosco...”, si interrompe la canzone, uno speaker annuncia il proclama dell’Armistizio. A Merano i valtellinesi si abbracciano dopo l'annuncio dicendo: “L'è finida la guerra”. Altri valtellinesi a Busto Arsizio in un cinema stanno vedendo un film che ricorda le gesta dell'Impero romano, quando un tenente entra con la fidanzata gridando: “Cosa fate qui? Fuori che è finita la guerra”. Sono felici di tornare alle famiglie, alle morose, alla normalità. Mai avrebbero pensato che sarebbero tornati due anni dopo, feriti nel corpo e nell'anima, pieni di pidocchi, molti con la salute compromessa».
Secondo quadro il viaggio verso la Germania. I tedeschi fanno incetta di armi, oltre a 700mila uomini che caricano su treni bestiame per il terzo Reich. Dicono i testimoni: si dorme l'uno nelle gambe dell'altro, oltre all’umiliazione di dover far lì i propri bisogni viaggiando 3 o 4 giorni senza sosta. Alcuni di loro vengono fatti fermare a Vienna con il solo scopo di farli girare per città con le mani dietro la nuca per prendere sputi dalla gente.
Terzo quadro: il lager. Ogni prigioniero è nel campo a seconda della supposta colpa politica. Gli italiani sono considerati traditori, dunque i peggio trattati dopo i russi. Ognuno ha un numero di matricola. «Le persone che ho intervistato 60 anni dopo questa prigionia, si ricordano ancora il proprio numero di 13 cifre – dice Zenoni -. Erano diventati dei numeri oppure li chiamavano “Badoglio” con la “d” storpiata». Tanti piangono per la fame. «Quando la fame è allucinante passa dallo stomaco a prenderti il cervello», dicono. Molti raccontano di aver rubato i torsoli delle verze lasciati dai contadini nei campi, di aver arrostito delle ghiande trovate nell'incavo di un albero, di aver mangiato la “sungia” portata da Polaggia per tenere morbidi gli scarponi. Le dodici frustrate per aver rubato una patata, la badilata sulla schiena per essere trovato a rovistare nell'immondizia della cucina, i bilancini per dividersi equamente le poche patate. L’angoscia nel vedere impazzire dalla disperazione il compagno, la disperazione che non consente di trattenere l’urina, le violenze sul lavoro, la beffa di essere pagati con i soldi tedeschi colorati «che parevano i bigliet del cinema” con cui non si compra nulla, le attese dei pacchi da casa che vengono trafugati, il ritorno nelle baracche stipati in letti a castelli da cui al mattino esce  il fumo come dalle stalle.
Infine la liberazione. I giovani deportati si riappropriano dell'aspetto scriteriato della loro giovinezza. Liberi, ridiventano ragazzi, danno assalto alle cantine dei tedeschi ricchi, si lanciano a badilate un bidone di marmellata. Mangiano l’impossibile per giorni, qualcuno muore  per il troppo mangiare. Uno trova 60 paia di calzini e se li porta a casa. Per gli uomini il peggio è finito, non per le donne che dopo aver soddisfatto i tedeschi, si devono difendere dai liberatori. La voglia di vendetta lascia spazio alla pietà e i prigionieri portano al guardiano tedesco che è stato umano una balla di tabacco.

Gli internati nei lager divennero tali perché rifiutarono di aderire alle divisioni della Repubblica sociale italiana. Cosa sarebbe successo se questa massa di prigionieri fosse rientrata in Italia? L’esercito della Repubblica sociale italiana avrebbe avuto modo di rimpolparsi e intensificare rappresaglie contro le formazioni partigiani. Per questo gli Imi vanno considerati parte integrante della resistenza italiana e processo della liberazione italiana». Pierluigi Zenoni vuole aggiungere questa considerazione per delineare l’importanza del ruolo storico (oltre che umano) degli Internati militari italiani e valtellinesi. Invece in Italia furono guardati da tutti con sospetto perché aveva fatto breccia quello che di loro aveva detto il Fascismo, cioè che erano stati in Germania come alleati. Per molto tempo furono in patria traditi, disprezzati e dimenticati. Anche questo oggi si deve riparare. Lo ha fatto lo Stato assegnando un risarcimento morale con una medaglia che pochissimi hanno potuto ritirare con le proprie mani. «La Cgil vuole ricordare le loro vicende – aggiunge l’autore -. Il libro è stato scritto per far sapere ai giovani o a chi non ha memoria di queste vicende, di quali sacrifici e quali dolori sia fatta la nostra conquistata libertà, per non indurli in questo momento di degrado della vita politica a pensare che ci possano essere scorciatoie. Gli uomini soli al comando non garantiscono mai il buon governo. La libertà continua ad essere partecipazione».
Può essere letto tutto d’un fiato un libro narra di migliaia di militari valtellinesi e valchiavennaschi che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, sono catturati dai tedeschi e tradotti nei lager a lavorare come schiavi al servizio del Terzo Reich?
La risposta è sì nel caso del libro di Pierluigi Zenoni. Perché a parte l’introduzione storica, necessaria ma proposta con chiarezza e semplicità, quello che incolla il lettore e lo colpisce sono le testimonianze che Zenoni ha raccolto. Ore e ore di colloqui con ultraottantenni, senza registratore, ma con carta e penna e soprattutto il cuore aperto. Racconti fedeli, di cui l’autore conserva la genuinità di alcune espressioni dialettali. Ai colloqui hanno assistito, in quasi tutti i casi, parenti dei testimoni: spesso le mogli, ma anche i figli e i nipoti. Quasi sempre le interviste si sono svolte nel tepore delle cucine, seduti intorno al tavolo. «Difficile descrivere il coinvolgimento emotivo che ha accompagnato i racconti (ma anche l’ascolto) dei nostri testimoni – riferisce Zenoni -. Quelle mani che si intrecciavano aggrappandosi l’una all’altra, la voce rotta dall’emozione, gli occhi pieni di lacrime, erano costantemente presenti a testimoniare la struggente verità delle loro parole».



di Clara Castoldi

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