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Vetrina della Valmalenco al Museo

«L’associazione “Amici del museo della Valmalenco” ha deciso che è arrivato il momento di dare in consegna i reperti al museo di Sondrio, perché la Valtellina ha bisogno di riscrivere la sua antica storia. Allora questi piccoli oggetti messi insieme danno un quadro della Valtellina più chiaro che se rimangono isolati. La collaborazione fra la Valmalenco e Sondrio è indispensabile». Questo è davvero fare “sistema”, termine che oggi va molto di moda in ogni settore. In questo caso, come le parole di Nemo Canetta testimoniano, si è lavorato in rete per dare visibilità ad alcuni oggetti antichi – due lucerne in terracotta e quattro monete in bronzo – che da qualche giorno sono esposti in una vetrina ad essi dedicata nella sala romana del Museo Valtellinese di Storia e Arte di Sondrio. Una collaborazione che segue, peraltro, alla «convenzione stretta nel 2007 fra Comuni di Sondrio e unione dei Comuni della Valmalenco – come ha sottolineato la direttrice Angela Dell’Oca durante la presentazione -. C’erano accordi già allora con azioni di deposito. Ora sono stati portati a Sondrio alcuni oggetti che non trovavano facile contestualizzazione nel museo di Chiesa, che deve essere riallestito». 
Dunque delle “primizie” rinvenute in un momento particolare per la storia della Valmalenco, ovvero alla fine dell’Ottocento, quando la Valmalenco non era più importante per il transito, era una valle chiusa e visto che il turismo sulle Alpi italiane è arrivato tardi rispetto alle Alpi svizzere, non c'erano alberghi. «Intorno al 1880 si decise allora di costruire il primo albergo l’Olivo, poi divenuto Bernina e oggi purtroppo un condominio – ha affermato Nemo Canetta –. Durante i lavori vennero alla luce alcuni oggetti antichi che l’ingegnere Francesco Orsatti identificò: due lucerne in terracotta, uno spillone in argento, quattro monete in bronzo, una catena di ferro e un’elsa di spada». Nel 1970 quando i reperti furono donati al museo di Chiesa appena costituito, la catena in ferro e l’elsa di spada erano già dispersi e, qualche anno più tardi, scomparve anche lo spillone. «Non è stato un ritrovamento casuale – ha aggiunto Canetta -, dietro c'è una storia che ha tracce storiche. Alla fine del ‘500 e primi ‘600 cadde una frana sul centro di Chiesa che distrusse la chiesa originale. Probabilmente lì c'era un antico nucleo con reperti abbandonati in qualche cantina. Quando negli anni ’70 abbiamo deciso di mettere in piedi il museo, abbiamo chiesto agli eredi Orsatti il materiale, che subito ce lo hanno dato. Per cui c'era una vetrina storica con questi reperti. Il lume ad olio era talmente bello che qualcuno diceva che era falso. C'era anche una spilla d'argento, un giorno non l'abbiamo più trovata. Hanno un enorme valore per la Valmalenco e per la Valtellina perché sono la prova che i romani c'erano e che a Chiesa c'era un nucleo. Dal punto di vista strategico – e i romani la vedevano lunga – il collegamento ideale fra il nodo stradale dell'alta Bregaglia e la Valtellina centrale era la Valmalenco con il passo del Muretto».
Dai reperti si può ipotizzare che a Chiesa ci fosse una “statio” cioè un’area di sosta attrezzata oppure un gruppo di tombe, ma, in entrambi i casi, si suppone la presenza di una importante via di comunicazione che utilizzava il passo del Muretto. Via Cavallera del Muretto (oggi chiamato Sentiero Rusca) era nell’antichità una strada secondaria, ma che ha avuto sviluppo e importanza per la comunità. Partiva da Sondrio per arrivare fino al valico omonimo e scendere in Svizzera e raggiungere Coira. Muretto è denominazione posteriore al XVI secolo. Enrico Besta faceva derivare “Muretto” da “murum” di val Vregaglia, quel muro naturale che divide le due valli adiacenti. «La via del Muretto non c’era nelle carte, ma entrava nelle strategie di difesa dell'impero – ha raccontato Saveria Masa -. Nel periodo carolingio e ottoniano i passi alpini diventarono importanti. Nel 1512 con la dominazione grigione, la Valmalenco era il collegamento fra capoluogo delle tre Leghe Coira e Sondrio. È interessante il carteggio del 1580 che riguarda volontà dei Grigioni di migliorare e allargare la strada del Muretto per facilitare il passaggio delle carovane e renderla transitabile tutto l'anno. “Sulla strada del muretto – si legge – quando è aperta, vige un traffico continuo”. Il transito con dominazione grigione lievitò per favorire il passaggio dei mercanti grigionesi e bregagliotti e si mantenne florido e intenso fino alla metà del Settecento, poi conobbe il declino per via dell'aumento del volume di traffico su altre strade come il Bernina e Spluga. Nel Novecento c'era il progetto di realizzare una strada carreggiata da Sondrio al Maloja, ma non è stata più fatta. Opera che avrebbe avuto ripercussioni grosse sulla nostra valle».



LA LUCERNA
E’ talmente bella che non sembra autentica. Si è detto anche questo della lucerna – effettivamente molto deliziosa da vedere – esposta al Museo di Sondrio.
La lucerna, strumento per l’illuminazione domestica presente in tutto il bacino del Mediterraneo per il suo basso costo e la sua funzionalità, era costituita, nella sua forma più semplice, da un serbatoio ed un piccolo beccuccio appena accennato, misto a sego in cui veniva immerso uno stoppino di fibra vegetale. Dal III secolo a.C. l’innovazione tecnica della matrice a due valve permette una produzione in serie di lucerne aumentandone così la diffusione e la varietà. Questo fenomeno, come per le anfore, fa sì che anche per le lucerne si possa parla di “fossile guida” cioè di quei particolari oggetti che, ritrovati nell’ambito di uno scavo archeologico stratigrafico, permettono di datare con sufficiente certezza tutti gli altri reperti ad essi associati. Le lucerne “classiche” erano per la maggior parte in terracotta costituite da una ciotolina – serbatoio, un beccuccio per la fuoriuscita dello stoppina, un’ansa per la presa e nel caso di forme chiuse, un foto per l’alimentazione. La presenza di lucerne nel nostro territorio è limitata sia per il tipo di combustibile occorrente (l’olio anche ricavato da altri prodotto alimentari non era molto diffuso) sia per l’abbondanza di legno e resina che permetteva l’utilizzo di pratiche ed economiche torce.
Nella vetrina della Valmalenco si possono vedere anche il sesterzio di Giulia Mamea (230 d.C.) e i tre follis di Licinio (313 d.C.).



di Clara Castoldi

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