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Dal furto al recupero dell'ancona di Montagna

«Notte 17-18 settembre 1972, località S. Maria, Comune di Montagna in Valtellina. Ignoti penetrati interno chiesa S. Maria – mediante foramento porta – esportavano dalla ancona lignea del XV secolo, di scultore ignoto una statua raffigurante la Vergine assisa in trono con Bambino sul ginocchio, una statua raffigurante S. Giovanni Battista, un altorilievo raffigurante S. Giorgio a cavallo, due angeli. Ignorasi valore. Autorità giudiziarie informate. Procede Arma di Sondrio collaborazione Nucleo Investigativo».
Questo il testo della denuncia di furto che nel 1972 colpì l’ancona della chiesa di S. Maria di Perlongo, frazione di Montagna. Un tema drammatico per la Valtellina e per il suo patrimonio artistico quello dei furti, che andrebbe scandagliato ed esaminato con puntualità. Il dato contingente, oggi, è che quanto rimasto dell’ancona – ovvero il presepe nella cimasa, l’angelo al vertice della stessa, gli intagli, le quattro ante, e la Santa (forse Apollonia?) in alto – saranno oggetto, in diversi lotti, di restauro grazie all’interessamento di Museo Valtellinese di Storia e Arte di Sondrio, Soprintendenza per i Beni Artistici e Antropologici di Milano (in particolare di Cecilia Ghibaudi, responsabile per la Valtellina), parrocchia di Montagna con il contributo di Pro Valtellina.
Ancora tutta da scoprire la “storia” che sta dietro a questa ancona – un “pastiche” in cui si notano assemblaggi avvenuti in tempi successivi - che è stata portata alla ribalta proprio per il pregio dei suoi pezzi. «Nel 1972 ci fu il furto – spiega il parroco di Montagna, don Tullio Schivalocchi -. Quello che è rimasto lo abbiamo portato al museo, che gentilmente ci ospita per il restauro. Il primo lotto riguarda la sistemazione del piccolo presepio collocato nella cimasa, il recupero della santa e dei fregi lignei meritevoli. In seguito si proseguirà con le quattro ante. Un primo studio di questo lavoro è stato fatto da Francesca Bormetti in occasione di una mostra nel 2009». Montagna da qualche tempo ha intrapreso una “politica” di sensibilizzazione della comunità rispetto ai manufatti di notevole interesse della parrocchia. «In occasione delle feste patronali abbiamo messo in mostra  le opere di Montagna – aggiunge, Gianna Baldini che collabora con don Tullio -. L’obiettivo è quello di farle studiare in modo serio, ma senza andare troppo nella specialistica, di rivalorizzare la cultura del paese per la comunità. Lo abbiamo fatto anche per paramenti sacri. L’attenzione a questi beni ha fatto sì che la popolazione si interessasse e conoscesse cosa aveva “in casa”».
In questo contesto assume un valore non solo artistico, ma anche “sociale”, l’operazione che sta interessando l’ancona lignea di fine Quattrocento inizio Cinquecento. «C’è una foto degli anni Settanta in bianco e nero, prima del furto cioè – sottolinea la direttrice del MVSA, Angela Dell’Oca - in cui l’ancona era collocata integra nella sua chiesa, anche se si capisce che aveva avuto delle manomissioni già prima. Gli sportelli erano stati fatti in un secondo tempo, ad esempio, come si può vedere dalla forma, l’altorilievo era un assemblaggio come si capisce dalle proporzioni dei personaggi». Dunque uno dei temi importanti è capire come fosse in origine. È vero che l’opera proviene da una chiesa secondaria, ma la comunità di S. Maria Perlungo ai tempi era grossa. Dell’Oca ipotizza alcune corrispondenze dell’ancona di Montagna con l’area grigionese e quella fra Trento e Belluno, più che quella milanese. E ciò è altrettanto curioso, poiché generalmente vale la distinzione fra la Valtellina centrale legata alla scultura lombarda e le punte avanzate verso la Valchiavenna o il Bormiese legate alla scultura transalpina. «Trovare a Montagna queste caratteristiche significa ripensare questo schema non acquisito, però tracciato - suggerisce Dell’Oca -. Le domande sono: c’erano altre ancone e poi sono state sostituite, ce ne sono altre e dobbiamo cercarle, oppure questo è un unicum? È importante avere questa foto, perché il furto ha colpito molto il manufatto. Sappiamo che misure potesse avere rapportandole con altre strutture rimaste. Purtroppo dalla chiesa è stata tolta anche la cassa dove l’ancona era collocata».

Ad oggi la tecnica utilizzata per le indagini diagnostiche sull’ancona lignea di S. Maria Perlongo, frazione sopra Montagna, non sono così frequenti. Sicuramente sono impossibili da realizzare autonomamente a Sondrio. Ci vogliono chimici esperti che vadano in situ (chiese, biblioteche, musei) muniti di attrezzatura avanzata. Le indagini sono lunghe e costose. Il risultato, però, è sorprendente. Nel caso dell’ancona di S. Maria si riuscirà a scoprire con quali pigmenti sia stata fatta, senza fare prelievi invasivi, ma con strumenti a raggi X. E una volta, reperiti questi dati, si potrà capire anche quali materiali lo scultore abbia usato e dove possa averli presi.
Operazione alla “Csi” – ma senza camici bianchi e, soprattutto, senza crimini di mezzo – sono avvenute questa settimana al museo di Sondrio che ha ospitato due chimici piemontesi: Angelo Agostino dell’Università di Torino dipartimento di chimica generale e Maurizio Aceto dell’Università del Piemonte Orientale, sede di Alessandria.  
«L’obiettivo è trarre informazioni utili sia nella fase di restauro, per capire se ci sono state delle aggiunte oppure se ci sono pigmenti alterati, sia dal punto di vista storico artistico per corroborare la conoscenza delle opere con informazioni sui materiali utilizzati – spiega Aceto -. Sapere quali sono i pigmenti ci serve per capire meglio l’opera: sono stati usati pigmenti costosi o comuni? Di origine locale o di altre zone?». A destare curiosità le tecniche utilizzate: non sono invasive, non provocano danno all’opera, potenzialmente si potrebbe anche non toccarla. «Utilizziamo una strumentazione che sfrutta la fluorescenza dei raggi X, - aggiunge Agostino -. Lo strumento manda un raggio al materiale, il quale emette una radiazione corrispondente agli elementi che lo costituiscono. In questo modo vediamo quali sono gli elementi che formano i diversi pigmenti. Ad esempio se in questo pezzo registriamo la presenza di mercurio e zolfo, per esperienza, vuol dire che c’è del cinabro».
Aceto, con attrezzatura diversa ma complementare, attua un’analisi di tipo superficiale, analizza cioè l’ultimo strato pittorico. Nome impronunciabile quello della tecnica utilizzata: spettrofotometria UV visibile in riflettanza diffusa con fibre ottiche, in pratica una tecnica di indagine ottica basata sulla misura del fattore di riflettanza spettrale di una superficie colorata, in funzione della lunghezza d’onda della radiazione incidente. E per perfezionare l’indagine o laddove ci siano dubbi, si può ricorrere a prelievi da analizzare in laboratorio con tecniche più sofisticate. «Alcuni storici dell’arte di vecchio stampo inorridiscono anche solo se ci avviciniamo alle opere», commenta scherzosamente Agostino. Concluse le analisi al museo, ora i due chimici dovranno affrontare un lavoro notevole di rielaborazione dei dati, al termine del quale sarà fornito un report con i risultato raggiunti relativamente alla composizione dei pigmenti, alla differenziazione degli interventi successivi alla creazione dell’opera e alle criticità utili per il restauro. «Dati scientifici che rimangono nella storia dell’opera – come bene sottolinea Paola Gusmeroli, restauratrice del Museo - e potranno servire in futuro a studiosi o per altri restauri».

 



di Clara Castoldi

L'Ancona
Una fase della indagine diagnostica
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