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Il teatro di Ottavia Piccolo

Non nasconde di aver lavorato anche con dei «carciofi» e delle «carote» in televisione, «signorini e signorine» senza talento. Uno dei motivi questo per cui, a 62 anni, Ottavia Piccolo si può permettere di dedicarsi solo al teatro. Come ha fatto a Tirano con un intenso monologo sulla vicenda di Anna Politkovskaja.
Anna era una giornalista. Doveva cioè raccontare i fatti. A teatro è, però, diverso, non crede?
«E’ vero, a teatro non si raccontano solo i fatti, ma nel nostro caso raccontiamo il modo che Anna aveva di raccontare i fatti, mettiamo in scena il suo sguardo. Non è un monologo inteso come vita e drammi personali, ma è il modo di Anna di vedere quello che aveva intorno».
«Fare attualità al teatro è come leggere un giornale già vecchio», dice il regista Ronconi. Condivide?
«Sì, tant’è che non raccontiamo quello che succede ora o quello che è successo nel frattempo, altrimenti dovremmo correre dietro al processo per il suo assassinio e altro. Invece raccontiamo il senso del suo lavoro».
Cosa rappresenta per lei mettere in scena la contemporaneità, il mondo attuale, le donne di oggi?
«Faccio quello ha sempre fatto il teatro, raccontare la contemporaneità, raccontare gli esseri umani, i loro problemi che sono uguali da sempre, da quando abbiamo inventato il teatro molti secoli fa. Quando non si agisce così, si fa dell’antiquariato. Il teatro è una delle forme più vivaci, perché parla dell’oggi. Mi riferisco, però, alla contemporaneità e non l’attualità».
Che donna si sente lei oggi, con 51 anni di teatro alle spalle?
«Sono felice del mio lavoro ovviamente e di quello che sono riuscita a fare. L’aspetto più bello è che la prossima sarà la cosa più importante, quella che non ho ancora fatto. Ho tante curiosità ancora…»
Ce ne svela una?
«A dire la verità non ho sogni nel cassetto. Se leggo un testo, sia contemporaneo sia classico, voglio che mi stimoli e mi dica qualcosa. Quello che mi aspetto dal teatro è qualcosa che mi riguardi e che, quindi, riguarda anche chi mi viene a vedere».
E la televisione?
«Basta con la tv, mi sono ritrovata a recitare con “carote” e “carciofi”, ciò mi ha demoralizzato. Sono signorine e signorini, fra cui anche registi, ingiudicabili. Non faccio più televisione e forse me lo posso permettere. Al cinema, invece, si era arrivato al punto per cui non si sceglievano attori, ma i personaggi, preferibilmente cantanti, ad esempio ho fatto “Una cosa buffa” con Gianni Morandi, “Serafino” con Celentano. Questo per dire che il cinema non mi ha più dato soddisfazione. Per il cinema è stato amore non corrisposto».
Tornando al teatro allora, cosa direbbe ad una donna che volesse fare questo mestiere?
«Direi che è un mestiere bellissimo, se c’è la passione si trova il modo di farlo. Certo non ci si deve aspettare né la gloria né i soldi».



di Clara Castoldi

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