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Giuseppe Piazzi, "star" di Ponte

«Ma che posso dire di me, che meriti di tenerne memoria?». Nella lettera che l’astronomo, Giuseppe Piazzi, nato a Ponte nel 1746, scrisse nel 1823 a Barbara Orioni questo si domandava: cosa potesse dire che meritasse di essere ricordato. Peccava di umiltà certo il pontasco scopritore del pianeta Cerere, l’astronomo cui il Comune ha dedicato la realizzazione dell’Osservatorio a San Bernardo e che, fra ieri e oggi, è stato ed è il personaggio chiave del raduno di astrofili – il primo organizzato in Valtellina – che ha portato a Ponte cinquanta appassionati del cielo con le loro famiglie, provenienti da tutta Italia.
Parlare di astronomia a Ponte significa necessariamente passare per la storia di Giuseppe Piazzi, un fragile giovane che quasi non si pensava potesse sopravvivere e che, invece, è diventato un “stella”, giusto per restare in tema, del firmamento degli studi in ambito astronomico. Giuseppe Piazzi è nato a Ponte il 16 luglio 1746 da madre che ha altri nove figli (all’epoca si arrivava anche a venti!). Di questi solo tre superano l’infanzia, fra cui Giuseppe la cui salute sembra talmente debole da farlo battezzare subito in casa, prima che in chiesa. A Ponte Giuseppe rimane fino all’età di 11 anni. Della sua infanzia si hanno poche notizie. E’ dipinto come un ragazzo di carattere turbolento, di indole lenta ad apprendere – insomma non esattamente un genio a scuola … -, ma di spirito acuto e vivace, come poi la storia ha dimostrato. A 11 anni è inviato in seminario a Como per essere avviato alla vita religiosa. Seguono alcune date importanti della vita di Piazzi: 1763 a Milano dai Gesuiti, 1765 chierico teatino. Da lì iniziano i suoi viaggi: Torino, Malta, Ravenna, Cremona, Venezia, Roma fino al 1780 quando approda a Palermo come professore di calcolo sublime. I deputati della reale Accademia di Palermo chiedono la cattedra di astronomia che viene data al Piazzi che, mentre partono i lavori di costruzione dell’osservatorio, viene inviato a Londra e Parigi per perfezionarsi nella pratica delle osservazioni. A Londra conosce l’ottico Ramsden cui commissiona lo strumento di osservazione noto come il circolo di Ramsden, il cui disegno si può vedere ancora oggi nella mostra al teatro comunale. Di ritorno da Londra, Piazzi si ferma a Ponte che non vede da quando se n’è andato da ragazzo. Si ferma solo pochi giorni, utili per fargli annotare cose curiose sulla situazione economica di Ponte e pure sui divertimenti in voga, non tutti leciti (come il gioco d’azzardo del biribissi). Nel 1791 a Palermo è pronto l’osservatorio e Piazzi ci va come direttore, con il proposito di realizzare il catalogo stellare. Le osservazioni sono tantissime e viene aiutato dall’assistente Nicola Cacciatore, che diventerà direttore dell’osservatorio dopo il Piazzi. La sua caratteristica è questa: fare un’osservazione e ripeterla una marea di volte. Lui lo chiama «lavoro di schiena», come quello dei contadini della sua terra natale.
Il 18 gennaio 1801 facendo l’osservazione di una stella nella costellazione del Toro vede una “stella”, che poi però non ritrova. La ritrova, poi ancora no. Insomma capisce che non si tratta di una stella fissa. Pensa una cometa, ma «questo suo movimento continuo mi ha fatto pensare – scrive l’astronomo in una lettera (anche questa missiva si può vedere alla mostra a Ponte) che sia qualcosa meglio di una cometa, ma mi guarderei bene dal dirla in pubblico». Poi, però, comunica il fatto alla comunità scientifica e, dopo alcuni mesi, la scoperta viene confermata. Quell’astro trovato si chiamerà “Cerere ferdinandea”. La scoperta porta onori al Piazzi che continua nel suo lavoro, quasi certosino diremmo. Nel 1803 pubblica il catalogo stellare e viene nominato direttore anche dell’osservatorio di Napoli dove muore il 22 luglio 1826. Le spoglie, per suo desiderio, si trovano nella chiesa dei padri teatini a Napoli.
«Ma che posso dire di me, che meriti di tenerne memoria?», dicevamo all’inizio. Ebbene, Ponte crede – e lo condividiamo – che lo scopritore di Cerere ne abbia da dire di sé. E la memoria di oggi ne perpetua l’importanza.



di Clara Castoldi

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