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Back stage al museo

Quando si pensa ad un museo, si associa questa parola a un luogo dove è conservata e si può visitare una raccolta, pubblica o privata, di oggetti relativi ad uno o più settori della cultura tra cui in particolare, per tradizione, l'arte, ma anche della scienza e della tecnica. D’altra parte lo statuto dell'International Council of Museums lo definisce un'istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo.
Eppure questo servizio viene spesso fatto coincidere – erroneamente – “solo” con l’esposizione di ciò che esso conserva. È questo un grande sbaglio. La parola museo non deve essere abbinata solo a mostre, visite guidate, ultimamente con registrazioni audio, attraverso sale ricche di dipinti, sculture, carte e altri oggetti.
È molto più importante la vita che sta “dietro” a tutto ciò: un museo che vive e pulsa. Di attività che richiedono tempo, costanza, efficacia, devozione e, perché no, spirito di sacrificio.
Il Museo Valtellinese di Storia e Arte di Sondrio ne è un esempio virtuoso. Una macchina operativa, tutto l’anno, che lavora senza sosta per conservare innanzitutto quanto si trova nelle sale e nei depositi. Conservazione, appunto. Eccola, la parola chiave per capire cosa sia un museo prima di tutto.
«Il museo è nato, esiste, ha uno spazio e un significato futuro innanzitutto per la conservazione – spiega la direttrice del MVSA, Angela Dell’Oca -. Oggi si caricano i musei di tante cose, alcuni sembrano quasi Disneyland. Sotto il termine valorizzazione ci sta di tutto dall’attività scientifica alla promozione, alle attività varie e creative. Tutte iniziative giustissime, ma ci deve essere equilibrio fra conservazione e valorizzazione. La nostra prima preoccupazione è, quindi, quella della conservazione.  Paradossalmente gli oggetti nelle chiese prendevano polvere, ma erano al freddo e al buio. Al museo sono preservati da polvere e umidità, ma prendono luce e calore». È chiara l’importanza di tutelare i beni culturali presenti. E per la verità ci sarebbe pure una figura che dovrebbe assolvere a questo compito. Nell’organigramma ideale ci dovrebbero essere, infatti, un direttore del museo che ha competenze gestionali e di coordinamento, e i conservatori che hanno competenze specifiche sulle materie. Può esserci il conservatore dell’arte antica, quello dell’arte contemporanea o della sezione archeologica. E poi ci dovrebbe essere il cosiddetto “registrar” che si occupa della conservazione, della tutela, della movimentazione delle opere: ovvero chi ha una conoscenza specifica dei materiali delle opere, su dove e come collocarle, come gestire i depositi, le opere esposte, prevedendo rotazione di materiali, gestendo i prestiti per le mostre. «Un ruolo importante che i musei all’estero valorizzano molto, in quelli italiani viene svolto dal direttore o conservatore per lo più nei musei più grandi – dice ancora Dell’Oca -. Nel nostro caso questo ruolo lo svolgo io insieme alla restauratrice Paola Gusmeroli, che interviene per i restauri e che mi segnala situazioni di particolare disagio. Mentre si può sospendere lo studio di alcuni materiali, non si può dilazionare la cura degli stessi. Bisogna, infatti, prendere l’oggetto, esaminarlo negli aspetti materiali. La carta ha alcune necessità, perché è fragile. In teoria, secondo le indicazioni internazionali, non dovrebbe essere esposta più di due anni tre e quattro mesi, dopodiché dovrebbe stare tre anni al buio. I 700 disegni del Ligari, alcuni dei quali sono esposti ma i più sono in una cassettiera nel deposito, andrebbero ruotati massimo ogni 6 mesi e ricoverati al buio in un ambiente fresco per fermare il degrado. Oltre alla scheda di inventario e a quella di catalogo con informazioni scientifiche e critiche, quindi abbiamo aggiunto anche la scheda conservativa in base a tre criteri (buono, mediocre e pessimo)», che sviluppa con molte  più osservazioni la classificazione normalmente utilizzata (ottimo, buono, mediocre, pessimo) per definire lo stato di conservazione di un oggetto.
Conservare le testimonianze del passato è il filo rouge del lavoro che gli operatori del museo – tre persone part time - attuano con fatica. «Non possiamo fare tutti i giorni il giro del museo per vedere le cose esposte, e anche il controllo dei numerosi depositi, d’altra parte».
La seconda parola chiave è: restauro. Sono oltre 250 i restauri compiuti dal 1984 ad oggi, ovvero da quando al museo è entrata la direttrice Dell’Oca. I faldoni, presenti negli uffici del museo, parlano da soli. «Ai tempi, senza il digitale, bisogna fare un servizio fotografico con costi e tempi diversi rispetto ad ora per documentare lo stato prima del restauro, la fase durante il restauro e il dopo. Il tutto accompagnato dalla relazione di restauro con le operazioni eseguite. Un oggetto restaurato per qualche anno non ha necessità di intervento, a meno che non sia così fragile. Inoltre siamo andati a vedere gli oggetti che non erano stati sottoposti a restauri o manutenzioni negli ultimi trent’anni e abbiamo selezionato una ventina di manufatti, di cui abbiamo creato delle schede. Il lavoro più grosso lo abbiamo fatto…».
Terzo capitolo del “back stage”, altrettanto importante: il recupero fondi. Ad esempio sul dipinto che rappresenta il ritratto di Ignazio di Loyola il Museo ha avviato la ricerca di approfondimento scientifico e di studio critico. Un sponsor (la ditta Della Cagnoletta di Albosaggia) ha pagato interamente le indagini diagnostiche, ovvero indagini materiche, riflettografia, piccoli prelievi che hanno consentito di individuare il tipo di pittura. Il Museo ha trovato nel proprio budget risorse per un primo lotto di intervento ed è stato chiesto alla Regione Lombardia il finanziamento per secondo lotto d’intervento. Per la fine di novembre si attende l’esito della domanda.
E siamo al quarto step: l’archivio. Per ricostruire un pezzo di storia, è fondamentale attingere informazioni dall’archivio e, con ciò, si intendono corrispondenza e delibere dei consigli comunali del passato in cui si parlava degli oggetti del museo. «Non dobbiamo dimenticare che alcuni oggetti sono stati recuperati a partire dal 1874 – sempre la direttrice -, quindi se per gli ultimi decenni abbiamo la possibilità di andare a reperire informazioni nell’archivio del museo o comunale con un certo agio, per tutto ciò che è ante anni Sessanta, dobbiamo andare nell’archivio storico del Comune, cercare nelle delibere del consiglio o nella corrispondenza. Questa è una vera e propria ricerca d’archivio. Sembrerà strano ma una volta nei verbali dei consigli le discussioni erano descritte minutamente. Ad esempio nel caso dell’affresco attribuito a torto al Valorsa, che si trovava nella cereria Orsatti in piazza Vecchia, strappato, restaurato, portato poi nel 1917 nella sede del Comune, c’è una delibera in cui si dice che si affida al restauratore lo strappo dell’affresco, quanto costa, chi lo ha fatto ecc. Queste sono informazioni preziose ed è curioso per noi adesso sapere che erano in una delibera di consiglio comunale». Quanto agli operatori, occorre che abbiano anche fantasia e inventiva per cercare di capire dove cercare e poi trovare quello di cui hanno bisogno.
In ultima analisi, se uniamo conservazione, restauro, raccolta fondi e archivio abbiamo un contorno di quello con cui una struttura museale deve quotidianamente confrontarsi. Prerogativa inderogabile affinché l’operazione successiva – valorizzazione ed esposizione – sia godibile in sicurezza e nel modo più completo possibile da parte del visitatore.



di Clara Castoldi

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