Menu di navigazione

 
Il "teatro libero" di D'Elia

«E’ una grande sfida stasera recitare all’aperto. L’ho fatto poche volte e ammetto che mi crea difficoltà. Serve grande concentrazione, soprattutto con un monologo. Quando si recita al chiuso il rapporto con il pubblico è intimo e privato, darò l’anima». A pochi minuti dall’inizio dello spettacolo, Corrado D’Elia ha rivelato la sua preoccupazione, superata poi da una serata sublime, durante l’incontro con l’autore che il Comune ha voluto organizzare proprio al Caffè Novecento di Tirano, in omaggio al titolo della serata.
Alessandro Baricco ha definito il suo testo una via di mezzo fra «una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce». Lei come lo affronta?
«Novecento è uno dei più bei monologhi scritti in italiano. Ho visto la nascita di questo spettacolo, perché sono amico di Eugenio Allegri, il primo attore che lo mise in scena. La grande difficoltà è prender questa perfezione e adattarla. Fino a 40 anni ho fatto regie e spettacoli con tanti attori, quando ho compito 40 anni mi sono fatto un regalo: mi sono regalato un monologo. Ho lavorato sul testo che è diverso nella realizzazione rispetto a quello di Eugenio e che Baricco non ha mai visto. Quindi adesso lo dovremo invitare. Ho cercato di entrare dentro il personaggio, rendere la purezza di questo ragazzo, farne una storia sentita, pur con risvolti comici. Mi interessava interpretare la storia che non deve solo intrattenere ma convincere e coinvolgere».
Novecento nasce come monologo teatrale, ma non si può non ricordare lo stupendo film di Tornatore o la trasposizione simpatica su Topolino. Quello cinematografico è un precedente pesante o che avvantaggia?
«L’interpretazione è qualcosa di così personale, che non può esserci antagonismo. “Mio” è come lo faccio io. Ho letto topolino, ho visto il film cento volte, ho seguito le prove di Eugenio. Ogni lavoro è una cosa diversa, perché il processo è da dentro a fuori».
Novecento si annulla nella sua musica, sospeso fra pianoforte e oceano. Non riesce a superare la paura di toccare terra e con la sua musica aiuta gli altri a non temere l’oceano. Forza e debolezza insieme, non è vero?
«E’ quello che c’è dentro in ognuno di noi. La musica ha una forza meravigliosa e misteriosa. La vita è fatta di gesti semplici, come l’amicizia. Anch’io sono uomo di montagna, vivo di cose semplici che per me sono importanti».
Parliamo di “Teatri possibili” la compagnia da lei fondata e di “Teatro libero”. Quale teatro è ancora possibile, quale il teatro libero?
«Il teatro possibile è il teatro libero. Al di là del gioco, l’unico teatro possibile è il teatro che nasce da una necessità. Conosco sponsor e autorità, ma quando mi metto a scrivere lo devo sentire io, non un altro. Ho tenuto proprio ieri una conferenza a palazzo Marino e ho raccontato il mio punto di vista. Sappiamo tutti che il teatro vive una grande difficoltà. Abbiamo la coscienza che è finito un modo di pensare. E allora la comunità dovrebbe essere aperta ai giovani ed essere una garanzia per chi, da tanti anni, fa questo mestiere. Nella cultura c’è invece una chiusura di circuiti. Ad esempio la Lombardia non ha un grande unico circuito culturale, ma tanti piccoli. È arrivato il momento di costruire qualcosa di nuovo insieme».



di Clara Castoldi

Ritorna alla pagina precedente
Abriga.it nasce come portale della cultura, delle tradizioni, delle bellezze paesaggistiche del territorio di Aprica.
Nelle pagine si potrà trovare tutto ciò che ha attinenza con la nostra storia, ma anche con l'attualità.
Pagina creata in: 0.003 sec
Tutto il materiale in questo sito è © 2004-2020 di Abriga.it C.F. 92022100140 Informativa legale

All rights reserved