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I pizzi di Sandrine Ricevere in eredità da un orfanotrofio di Ginevra scatole contenenti tantissimi pregiati pizzi, alcuni dei quali sono vere e proprie opere d’arte, è cosa insolita. Ma se questo evento – potremmo dire illuminante – capita ad un’artista, allora l’arte si aggiunge all’arte. Non fine a se stessa, ma per tracciare in modo sempre più netto una tappa del cammino di ogni uomo. Concretezza e astrattezza, materialità e spiritualità. Tutto verso un benessere di vita. Parlare con Sandrine Pillon, nativa di Ginevra ma valtellinese d’adozione (dopo aver vissuto a Bianzone, da qualche anno risiede a Ponte), è come vedere tutti questi aspetti. Dai suoi occhi che sprizzano gioia ed entusiasmo per quello che si fa. Una professione che diventa anche l’essenza del proprio modo di condurre la vita. Sandrine, che ha recentemente esposto nella chiesa di S. Tomaso frazione di Tresivio, è una “personalità” da conoscere. Magari non si riesce a cogliere, nel torrente emozionale delle sue parole altalenanti fra francese e italiano, il suo completo estro artistico. «Ma ognuno di noi è unico, anche la persona più vicino non capisce tutto di noi artisticamente», dice. Quello che, però, a Sandrine piacerebbe è trasmettere un messaggio di positività e pace al mondo. Attraverso l’arte. Non quella che vive di contrasti. Che quando la guardi, ti sconquassa. Una forma artistica per così dire acquietante. E per raggiungere questo scopo la produzione di Sandrine sta seguendo da diversi anni un percorso. Iniziato con i viaggi, i murales, i ritratti, i dipinti. «Mi mancava qualcosa: era la terza dimensione – racconta -. Un giorno un’amica mi ha chiesto di farle una borsa. Questo è stato pretesto per me per creare con le mani. Ho lavorato per stilisti, ma mi mancava ancora qualcosa. Allora ho iniziato a fare borse in ceramica. Mi sono avvicinata alla terra». Eccola la terra che rappresenta non solo il filone dell’ultima produzione dell’artista (che peraltro conduce laboratori con i bambini usando la terra), ma anche una scelta “umana”. Il tema, esattamente, è “Madre terra, madre divina”. Così è sfociato tutto: «Ho ricevuto un lascito di pizzi antichissimi di un orfanotrofio dove le ragazze imparavano a lavorare con punti infinitesimali di ricamo delicato. Con in mano queste scatole, mi sono domandata cosa ne avrei fatto. In un momento difficile della vita, ho realizzato una ceramica con una forma astratta di cuore. L’ho completata sopra con del pizzo. L’idea è di parlare della nostra materialità fisica, dell’incarnazione sulla terra con la terra e “incensare”, andare verso il nostro spirito con un cammino più leggero di fede e di credenze interiori. Ho voluto utilizzare per questo cammino i pizzi fatti dalle orfane. Alla base c’è il desiderio di dimostrare il radicamento alla terra prima di tutto». Ceramica, gres, porcellana, raku sono gli “ingredienti” di questa ricetta che crea degli “incensori di fede” o, come Sandrine preferisce definirli dal francese, “incensori di vita” che talvolta hanno l’inserimento di medagliette di platino con la sagoma della Madonna realizzate dall’artista oppure medagliette kitsch per portare un po’ di contrasti nel cammino, come realmente capita a tutti. «Lo scopo si può chiamare in molti modi: Dio, vita, luce, amore, universo – prosegue -. Qualche mese fa ho letto una risposta interessante su cosa sia Dio. È la persona che ti fa bene, che ti fa sorridere, è la lettura che ti fa riflettere. È la propensione dell’essere umano ad andare verso qualcosa di buono. Io sono molto credente, ma non seguo nessuna strada. Quello che prevale sulla morte è la vita, su ogni cosa negativa è il positivo». Sandrine vuole regalare con le sue delicate opere un messaggio di positività con oggetti la cui parte concreta è radicata al basso perché noi facciamo parte della terra, ma che aspirano all’alto con la leggerezza del pizzo, con emozioni eteree e intangibili. Ogni incensorio diventa così occasione di onorare la vita, una forma di religione del nostro mondo interiore. L’interiore appunto. Interno ed esterno, vicino e lontano. Altri due binomi indagati da Sandrine in modo originale, ovvero con una telecamera, come quelle della videosorveglianza, così piccola da permettere di entrare nelle sue opere e conoscerle, mettendo a fuoco o lasciando come un alone dell’immagine che verrà. Nascono così video artistici che entrano a far parte concretamente dell’opera. Come quello dedicato alla natura. Uno schermo nel centro dove scorre un filmato (da Sandrine realizzato) con immagini di cactus, gatti, coccinelle, tartarughe, semi di girasole e fuori la continuazione del mondo della natura con la riproduzione in ceramica dei funghetti, la posa di muschio o piume. «Voglio attirare l’occhio del macromondo nel micromondo. Qui c’è la scienza», dice ancora. Poi c’è la chicca: una sorta di “grotta”, sempre di ceramica bianca, che ha partecipato ad un concorso internazionale sul tema della scatola. «Fra 795 dossier hanno scelto il mio – dice con gioia -. Ho immaginato un scatola senza palpebre con occhi che vogliono vedere come dentro un pozzo». Tutto è fatto a mano, un lavoro immenso di pazienza. Infine i “giardini di pace”. «Cosa vuole portare la mia opera? Non contrasti, voglio portare serenità. Come se entrando, si potessero abbassare le tensioni, i travagli e stare bene». Non è solo una promessa.
La biografia di Clara Castoldi |
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