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Disegnare il vento

«Quindici anni fa desideravamo una casa con giardino. Mia moglie Carla vede un annuncio sul giornale per una casa rosa sul fiume a Torino. Scopriamo dopo che questa faceva parte del condominio in cui abitava Emilio Salgari. Lui stava al primo piano, due stanze per sei persone. Tutte le mattine esco dal portone da cui è uscito il “capitano” e così ho voluto scoprire qualcosa su questo scrittore». Inizia da una nota autobiografica la ricerca dello scrittore Ernesto Ferrero (direttore della Fiera del Libro di Torino) che lo ha portato a pubblicare “Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari” (Einaudi edizioni).
E cosa ha scoperto?
«Nessuno sapeva che faccia avesse Salgari, dove vivesse, si era auto emarginato per evitare che fossero gli altri a emarginarlo – continua Ferrero -. Faceva vita ritirata, aveva come amico un ristoratore, qualche pittore. Si sentiva indegno di appartenere alla società letteraria. Mi sono accorto che era un personaggio perfettamente ottocentesco, con manie enciclopediche e la passione per l’esotismo, ma anche il protagonista di un dramma tipicamente novecentesco, addirittura contemporaneo. Proprio perché aveva un difficile rapporto con la realtà e complessi di inferiorità, aveva finito con il crearsi un mondo immaginario in cui viveva bene. Si era isolato in questa realtà, che oggi potremmo chiamare virtuale, da cui non voleva uscire. Ed è uscito solo per uccidersi. Sembra una storia di oggi. Vedo il pericolo di queste persone che diventano prigioniere della realtà virtuale, che impedisce loro un rapporto sano con la realtà. Il mio è un romanzo sul rapporto fra quello che siamo e quello che vorremmo essere».
Realtà e finzione. Un po’ come nel romanzo in cui accosta documenti autentici e d’invenzione.
«Mi diverto a mescolare le carte; l’ho fatto anche con “N” su Napoleone. Ho preso le lettere di Salgari, quelle alla moglie, l’intervista al giornalista e poi ci ho messo dentro personaggi inventati, ma verosimili. In modo che il lettore non riesca a capire la differenza».
Difatti succede così. Ad esempio la definizione della scrittura («si scrive per vivere molte vite. La tua non ti basta… si scrive perché ti senti stretto. Perché vuoi essere altro. Perché vuoi essere considerato e stimato...): è sua o di Salgari?
«E’ mia. Gliel’ho fatto dire, ma credo che sarebbe stato d’accordo».
Alla fine qual è l’immagine di Salgari che esce dal romanzo?
«E’ il “mio” Salgari. Era un personaggio politicamente scorretto. Nei suoi libri c’è molta violenza, per questo piace ai ragazzi, lo considero l’antenato degli splatter. E’ antirazzista, anticolonialista, antiborghese, antitutto. E’ antimoderno, non gli piacciono i prodigi tecnologici. Quello che gli interessa è l’uomo. Le pagine più profetiche sono quelle in cui prevede un mondo dominato dall’elettricità, che ci avrebbe reso tutti di fretta, folli, furiosi. Non è forse così?».
Ed era davvero così sfruttato dagli editori?
«No, il problema con gli editori è solo una leggenda. Il fatto è che non si sapeva gestire con i soldi, guadagnava anche bene, ma non si sapeva dove li mettesse. Diceva di essere sfruttato, ma nel 1928 una commissione d’inchiesta ha accertato che non ci fu nessuna colpa degli editori».



di Clara Castoldi

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