Menu di navigazione

 
I chiodi di De Stefani

Lo avevamo lasciato, la primavera di due anni fa, alla mostra tiranese insieme a Valerio Righini e Matteo Caramelli e lo incontriamo a Teglio, nella chiesa di S. Pietro dove espone la sua personale “Intersezioni” fino a settembre 2011. Un Paolo De Stefani uguale e diverso. Con una matrice artistica unica, ma in divenire.
A Teglio espone 15 opere realizzate negli ultimi tre anni nelle quali si nota un cambiamento rispetto al passato, non è vero?
«Innanzitutto va detto che mi sono volentieri adeguato allo spazio espositivo che voleva come essere in continuazione con la mostra di Enrico Della Torre dell’anno scorso – risponde De Stefani -. Nel senso che le bellissime teche che contengono le opere sono identiche. Per cui ho realizzato e portato opere che, dimensionalmente, potessero andare bene per l’allestimento fisico».
Opere moderne che dialogano con gli affreschi del passato…
«Esattamente così, credo che ci sia una relazione naturale fra queste opere fra loro e fra le opere e l’ambiente in cui si trovano. In generale non mi interessa mai l’aspetto visibile dell’opera, ma quello che essa rappresenta e comunica. Non ho mai cercato la “cosa” facile».
Un’altra novità, se possiamo così chiamarla, è l’ampliamento della tavolozza?
«In tutti i lavori è evidente il nero, un “non colore”, che mi riporta ad una intimità mia, interiore. Negli ultimi lavori c’è, però, anche l’inserimento del colore nel supporto di carta oppure ci sono fessure colorate che si aprono nell’opera. Ci sono tagli netti, forme precise non frastagliate, concavo e convesso, per estetica, ma anche per ricercare armonia».
Guardando le sue opere da vicino, grande è la curiosità di capire come siano realizzate?
«Effettivamente la tecnica è abbastanza laboriosa. Intervengo inizialmente su uno o più fogli di carta utilizzando china, pastelli o tempera. Costruisco il mio groviglio, il labirinto, la struttura sul foglio. Una volta definita la composizione, la taglio a strisce, la ricompongo, sovrapposta. Poti tutto viene fissato con chiodini, anzi una prateria di chiodini».
Perché il chiodo?
«Non è solo un discorso tecnico. Potrei mettere la colla, sarebbe più veloce. È una scelta mentale. Mi pare un effetto di blocco, come se volessi fissare qualcosa. Voglio, forse, bloccare il tempo? Le paure? Me lo domando. Anche perché è un’utopia pensare di arrestare il tempo, forse il mio è solo un tentativo artistico. O, forse, mettere migliaia di chiodi è un’ossessione, una mania, una catarsi. Non so».
E quando ha “inchiodato” l’opera cosa succede, si sente meglio?
«Mah, non so risponderle. Ci impiego parecchi giorni a concluderla, poi quando ho finito non riprendo subito. Ho bisogno di ricaricarmi, di riposare. C’è grande un impegno fisico e mentale dietro. Nel frattempo rimane il bisogno di osservare anche le forme semplici che ci sono in natura. Il dipingere, insomma, non è solo un divertimento per me. È altro, è di più…».



di Clara Castoldi

Paolo De Stefani
Intersezioni n. 15 2009-2010
Ritorna alla pagina precedente
Abriga.it nasce come portale della cultura, delle tradizioni, delle bellezze paesaggistiche del territorio di Aprica.
Nelle pagine si potrà trovare tutto ciò che ha attinenza con la nostra storia, ma anche con l'attualità.
Pagina creata in: 0.005 sec
Tutto il materiale in questo sito è © 2004-2020 di Abriga.it C.F. 92022100140 Informativa legale

All rights reserved