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Giacomo Manzù vs. Mario Negri
secondo Enrico Della Torre

Giacomo Manzoni (in arte Manzù) e Mario Negri a confronto. Solo quest’estate due località confinanti quali Aprica e Teglio hanno ospitato le mostre di Mario Negri (Aprica) e di Manzù (Teglio), aprendo le porte all’arte (la prima), confermando la vocazione di capitale artistica (la seconda). Ne abbiamo parlato con il pittore milanese, Enrico Della Torre, che a Teglio trascorre gran parte dell’anno a dipingere nel suo studio panoramico. Della Torre è stato amico di Negri, ma ha anche apprezzato – pur con una intelligente critica – il lavoro di Manzù che insegnava all’Accademia di Brera, la stessa che Della Torre ha frequentato. Ed è proprio da Manzù che parte il suo racconto.
Giacomo Manzù
«Già cinque anni fa consigliai all’Accademia del Pizzocchero di organizzare la mostra di Manzù e, la scorsa estate, nel centenario della nascita, è stata promossa in un circuito che collega Teglio con Sondrio e Tirano – spiega Della Torre -. Per la verità a Teglio sono state portate poche opere, ci voleva qualcosa in più, mentre l’esposizione di Sondrio è stata valida, con quelle bellissime teste femminili». Della Torre non nasconde, però, di prediligere il primo periodo di Manzù che in seguito diventa – secondo lui - un po’ «manierato». «Il “Grande Striptease” (ospitato la scorsa estate a palazzo Besta a Teglio) andrebbe bene all’ingresso di un locale notturno – dice senza mezzi termini -. Invece le danzatrici degli anni Cinquanta erano bellissime. Al contrario l’opera “Giulia e Mileto in carrozza” è simpatica e allegra e stava particolarmente bene a Tirano in piazza della Basilica. Manzù è stato, comunque, un grandissimo scultore istintivo, che ha assorbito la lezione di Medardo Rossi. Rossi non è uno scultore molto conosciuto, ma secondo me insieme al futurista Boccioni va menzionato fra i grandi. Rossi ha assorbito l’Impressionismo, portando in scultura il problema della luce, non si è servito del marmo ma della cera che è più morbida. Ebbene Manzù si è emozionato guardando Rossi, poi i primitivi italiani. Ha assorbito le lezioni del pittore e filosofo trentino Garbari che gli ha suggerito di leggere Maritain, filosofo francese». «Manzù insegnava all’Accademia di Brera – prosegue Della Torre -. Ricordo la sua aula quando frequentavo l’Accademia. Poi si è trasferito a Roma per gli incarichi al Vaticano. Il riconoscimento internazionale è venuto quando ha realizzato la porta di S. Pietro. Manzù aveva certamente il senso della bellezza e della classicità, la sua però è una scultura di pelle, di superficie. E alla fine ha lavorato ad opere, per così dire, disinvolte».
Giacomo Manzù – Mario Negri
E’ qui che si innesta il confronto con Mario Negri, lo scultore aprichese che Aprica ha festeggiato la scorsa estate con un’installazione di dodici opere nel giardino fra le chiesa dei Ss. Pietro e Paolo e il santuario di Maria Ausiliatrice. «Facendo un confronto fra Negri e Manzù, posso dire che Negri con il tempo venne fuori molto bene, mentre Manzù con il tempo è diventato manierista di se stesso, più molle. Negri con il tempo più architettonico, più strutturato, anche se aveva meno qualità istintiva di Manzù. Aveva, però, grandi qualità intellettuali e forza di volontà. Negri ha prodotto sculture molto belle, ma quando cominciava a raccogliere il successo è morto improvvisamente a 70 anni. E’ stato purtroppo dimenticato un po’. Sarebbe bene ora che gli si dia quella risonanza che merita, a livello internazionale».
Mario Negri
Aprica – che a Negri ha dedicato la piazza del municipio – ha voluto ricordarlo e onorarlo. Lui che al territorio era molto legato, come egli stesso diceva: “Vorrei almeno che, come unica voce in attivo del mio lavorare, ci fosse un’equivalenza non fortuita ma profonda tra lo spirito che lo ha animato e la natura, il sentimento del luogo ove son nato”. Peraltro l’associazione “Per Mario Negri scultore – Per la scultura” (fondata nel 2007 per promuovere mostre, conferenze, saggi e studi critici) sta lavorando al restauro dello studio milanese e alla nascita di un piccolo museo a Sondrio a Castel Masegra, di due luoghi di riferimento durevoli destinati a chi desidera conoscere e approfondire l’attività di Negri. Nel suo ricordo l’amico pittore Enrico Della Torre – che a Teglio, dove soggiorna in estate, è arrivato su consiglio proprio di Negri («lui invidiava il posto dove stavo, e sto tuttora, per la posizione soleggiata e il clima mite. Mario lo vedevo perfettamente integrato fra quelle montagne e il suo fisico e il suo bel volto mi sembravano scolpiti in una roccia o in un legno di castagno») – afferma che lo scultore apparteneva alla «categoria dei costruttori», perché la sua scultura era architettura, piena, fatta di forme, fondata sulla tradizione. «Una volta – racconta Della Torre – mi azzardai a chiedergli perché non andasse decisamente verso l’astratto. Mi rispose che non avrebbe mai abbandonato la figura: il suo credo nella figura, anche se resa quasi astratta, era un modo per travasare in essa l’amore e il rispetto che nutriva per l’essere umano».


di Clara Castoldi

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