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L'amante di Mazzini: Giuditta Bellerio Sidoli

«Amica, voi soffrite e siete gravemente inferma. Vi conosco forte, rassegnata e credente. Nondimeno anche il sapere che il pensiero d’un antico amico veglia intorno al vostro letto può esservi caro e darvi un minuto di sollievo. In quel caso sappiatelo. Non ho mai cessato di pensare a voi, di stimarvi ed amarvi come una delle migliore anime ch’io abbia incontrato sulla mia vita. Voi guarirete, spero, ma se anche doveste allontanarvi da noi, voi non dovete temere di quello che gli uomini chiamano morte, e non è che trasformazione. Rivedrete un giorno quelli che amate e che vi amano. Fidate in Dio, nella sua legge e nella vostra coscienza. Date un pensiero anche a me e beneditemi. Io non oso farlo, ma l’anima mia è con voi».
Giuseppe Mazzini nel 1870 scrive queste commoventi parole alla donna della sua vita, Giuditta Bellerio Sidoli, che colpita dalla polmonite muore un anno dopo. Una lettera come le tante, piene di parole gentili e di affetto, che corredano – potremmo dire – la vita e la relazione di Mazzini e di Sidoli, la donna che contribuisce con la sua vita alla definizione ideale di libertà. Di questa eroina, come la chiameremmo oggi, di questo primo esempio di donna emancipata, si parla nel libro “Giuditta Bellerio Sidoli. Vita e amori” di Simonetta Ronco, edito da Liberodiscrivere, e presentato a Ponte in Valtellina. «Sorridi sempre», le scrive Mazzini tante volte. E il sorriso e la grinta non sono mai mancate a Giuditta, dalla vita avventurosa che ha segnato in maniera decisa il futuro dell’Italia. Peraltro c’è un filo – anche se sottile - che unirà la famiglia Sidoli alla Valtellina: la figlia minore di Giuditta va in sposa a Giacinto Scelsi nel giugno del 1862, all’epoca prefetto di Ascoli Piceno. Scelsi diventa poi prefetto di Sondrio per pochi mesi: dal giugno al novembre del 1865 ma con grande impegno e efficienza, fa in tempo a realizzare la “Statistica Generale della Provincia di Sondrio” che è stata ristampata in forma anastatica nel marzo del 1999 per iniziativa della Provincia di Sondrio, con una introduzione del prof. Guglielmo Scaramellini.
Torando a Giuditta, la donna nasce a Milano il 6 gennaio 1804 da una famiglia benestante. Il matrimonio con Giovanni Sidoli è combinato, ma di quell’uomo bello, alto, bruno con un carattere entusiasta e intraprendente Giuditta si innamora subito e lo appoggia nelle sue attività come capo dei Sublimi Maestri Perfetti e dei Carbonari. Finché un giorno Giovanni è costretto a scappare in Svizzera e la moglie lo raggiunge dopo aver partorito la figlia Maria che viene affidata ai nonni. La giovane donna diventa così il punto di riferimento di un piccolo mondo italiano, costituito da tutti gli esuli che arrivano da ogni parte d’Italia. Sono quelli anni di tranquillità e amore che favoriscono la nascita di altri tre figli, Elvira, Corinne e Achille. Una volta trasferitisi in Provenza per via della salute di Giovanni, l’uomo lì si spegne nel 1828. Giuditta torna a Reggio Emilia, ma non ritrova la serenità. Il ricordo del sacrificio del marito è vivo. Vuole agire, sente forte il desiderio di adoperarsi per portare avanti il progetto del marito. E non deve aspettare a lungo per trovarsi di nuovo coinvolta nei tentativi di insurrezione in cui tanto sperano i patrioti di ogni parte d’Italia, finché è costretta a lasciare i suoi figli ai suoceri e partire per la Svizzera e poi a Marsiglia. Una sera alla sua porta bussa per la prima volta un giovane uomo magro, con gli occhi e i capelli scuri, lo sguardo deciso e la parola calda e appassionata. A quell’uomo, Giuseppe Mazzini, alla sua vita e ai suoi dolori, Giuditta si sarebbe legata per sempre. Mazzini, iscritto alla Carboneria, tradito da un conoscente era stato costretto all’esilio. A Marsiglia fonda una nuova società segreta, la Giovine Italia, una Federazione che ha per fine la creazione di una Repubblica e il territorio italiano libero e unito… La casa di Giuditta diventa così sede dei progetti. «Mazzini non era certo insensibile alla bellezza femminile – scrive Ronco -, ma fu altro che lo avvinse a quella signora. La grande comunanza di intenti, la passione che Giuditta metteva nel sostenere la causa comune, la sincera devozione che mostrava verso coloro che avevano bisogno di parole e gesti di incoraggiamento. Lei poneva la sua fiducia incondizionata in chi, come Giuseppe, si presentava circondata da un alone di eroismo e di sensibilità. E lui, come spesso accade ai grandi artisti e ai grandi pensatori, traeva nella devozione e nella fiducia di Giuditta la forza per rendere le proprio idee ancora più salde, le proprie parole ancora più convincenti. Nacque un grande amore, che malgrado le vicende drammatiche che nel corso degli anni divideranno i due, durò fino alla morte di lei, e forse anche dopo, perché Mazzini non si sposò mai e morì solo, non molto tempo dopo la sua Giuditta».
Bellissima e affettuosa la lettera che Giuditta scrive a Maria Mazzini parlandole di suo figlio e preannunciando la sua partenza per l’Italia : «Mia Signora, in un momento di tanta amarezza con quello di separarmi da Pippo, sento il bisogno di ricordarmi a lei…». La decisione di tornare in Italia è tuttora controversa. Certo è una difficile scelta quella fra l’amore di donna e l’amore di madre, ma quest’ultimo prende il sopravvento poiché da tempo Giuditta ha desiderio di riabbracciare i suoi bambini. Inoltre il suo viaggio in Italia può aiutare Mazzini: da lì potrà fargli da tramite per contatti importanti. Dora Melegari scrive: «Egli l’amò con il furore dell’animo suo profondo… ma quell’essere inflessibile era troppo assorto nel suo ideale d’un popolo libero, unito, illuminato dalla fede in Dio, si era troppo consacrato al lavoro enorme di propagande, di cospirazioni per potersi abbandonare completamente a questo suo amore. Essa dal canto suo bramava di rivedere i figli. Credeva pure di poter essere più utile in Italia alla causa della libertà, e così questi cuori eletti si rassegnarono alla separazione. Forse essi la credevano momentanea, s’illudevano sulla prossimità del trionfo, speravano, rientrati in patria, di poter unire le loro esistenze in un vincolo sacro…». Ma così non fu. «Possa ella almeno vivere tranquilla sino all’abbraccio dei suoi figli. Io non posso farla felice, ma l’amo», scrive Mazzini.
Qui parte il lungo calvario di Giuditta attraverso un’Italia ancora divisa alla ricerca di un modo per riabbracciare i suoi bambini. Una peregrinazione che finirà molti anni dopo, nel frattempo Giuditta avrà modo di conoscere personaggi chiare della storia del Risorgimento, parteciperà con le azioni e con le idee al riscatto dei patrioti e manterrà la fila dei suoi rapporti affetti, famigliari e amorosi, con grande equilibrio e intelligenza.
Entra in scena a questo punto un altro personaggio di spicco nella vita di Sidoli, l’uomo che, per così dire, è l’antagonista di Mazzini nel cuore della giovane donna: Gino Capponi, uomo mite e semplice, figlio del ciambellano della Granduchessa di Toscana, uomo di animo indipendente e colto. Giuditta soggiorna a Firenze, poi a Bologna da dove viene espulsa per il suo legame con Mazzini. Nel tentativo di scappare a Lucca viene arrestata, Capponi più volte fa carte false per aiutarla. È la volta poi della partenza per Napoli fino al 1834, periodo durante il quale la corrispondenza con Mazzini continua frequente: «Le tue lettere appassionate rappresentano per me un bene indicibile, ma non possono distruggere né i miei dubbi sulla tua salute né quelli relativi al tuo avvenire… ho bisogno di ricorrere al tuo ritratto», le scrive. Finalmente tornata a Bologna, Giuditta inizia un lavoro diplomatico per ottenere dal Duca di Modena il permesso di recarsi a Reggio per rivedere i bambini. Nel 1836 Giuditta riabbraccia Maria, che ormai ha 14 anni, Elvira, Corinna e Achille. Con i figli, che l’hanno sempre amata, apprezzata, parte per Genova poi si trasferisce a Parma dove apre il suo salotto ad un gruppo di amici e conoscenti che rappresentano la parte migliore del partito liberale della città. Segue l’arresto della donna, dopo che le erano state sequestrate lette e libri stampati, seppure nulla di compromettente, e poi il rilascio e la partenza prima per Lugano poi per il Piemonte, dove le apparizioni clandestine di Mazzini si fanno frequenti e non rimangono ignote alla polizia torinese. A Torino Giuditta si spegne nel 1871. «In questa donna lo spirito mazziniano della cospirazione era trasfuso nell’animo – scrive Italo Rinieri -: senza aver bisogno alcuno degli stimoli del suo Giuseppe, al quale in forza d’animo e di assennatezza cospiratoria dava dei buoni punti… se Giuditta Sidoli fosse stata un uomo, il Duca di Modena e tutti i sovrani legittimi d’Italia non avrebbero avuto un nemico più formidabile in tutta la forza della parola».



di Clara Castoldi

La copertina del libro
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