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Abramo Levi dalla "mente musicale"

Sondrio e Ponte rendono i dovuti onori a don Abramo Levi (1923-2007), prete nato a Fraciscio (Campodolcino), assistente delle Acli provinciale, biblista, teologo e scrittore. Nel caso di Ponte ciò è accaduto con la giornata – organizzata dall’Associazione Archivio Abramo Levi e dalla biblioteca comunale pontasca Libero Della Briotta – interamente dedicata a questo religioso dalla «mente musicale», per usare un’espressione molto bella che sottolinea la sua capacità di suscitare immagini e pensieri e di modularli come si fa per una partitura musicale.
Nel caso di Sondrio, invece, l’omaggio a don Abramo verrà ufficializzato con l’apertura nel giro di qualche mese di una sala intitolata a lui, all’interno della biblioteca civica Pio Rajna dove è confluito il patrimonio librario regalato da Levi a don Battista Rinaldi che a sua volta l’ha dato all’associazione. «Abbiamo firmato un comodato con il Comune di Sondrio perché il lascito possa essere fruito nel tempo – spiega Massimo Mandelli, presidente dell’Associazione -. Oltretutto è bello che la città di Sondrio riconosca un personaggio come Abramo. Ora stiamo iniziando a catalogare i libri, parliamo di 3mila volumi, oltre alle lettere. Vorremmo iniziare anche un’azione di raccolta del materiale che è sparso ovunque e vorremmo recuperare».
Intanto a Ponte si è sviscerata la parola di Abramo: alla mattina la “parola scritta” in “Servitium”, la rivista fondata da padre David Maria Turoldo in cui Levi ha collaborato come redattore e giornalista, al pomeriggio la “parola scritta” delle sue omelie. Per Padre Francesco Geremia, servita che per 30 anni ha collaborato con Levi, “Servitium” è stato una sorta di laboratorio per don Abramo dove mettere alla prova le sue intuizioni e sviluppare discorsi con risvolti inaspettati, dare sfogo alla sua genialità per cui nelle cose piccole quelle apparentemente banali, basse, volgari – come una pozzanghera - c’è dentro il senso della vita. Tramite piccoli frammenti coglieva degli aspetti profondi. Padre Geremia ha incrociato la scrittura per la rivista a quella di brani inediti del diario, dove confluivano anche poche righe al giorno, meditazioni su versi dei salmi o su avvenimenti della quotidianità. La scrittura – ne esce - non era per lui un’operazione intellettuale, ma serviva per vivere ed era mischiata alla vita. «Con la parola di Abramo è un po’ come giocare alla caccia al tesoro», ha detto nell’incontro pomeridiano Maria Racchetti che, insieme al marito Francesco, è stata incaricata di trascrivere le omelie di don Levi da don Levi stesso. «Quando gli portavo gli scritti, mi batteva il cuore – racconta Maria -. Qualche volta correggeva, i momenti più belli erano quando interrompeva la scrittura e diceva: “ma ho detto proprio così?” Abramo dava voce alla parola, la faceva scivolare fuori dalla bocca per farne pulviscolo incandescente. Mi sembrava una colonna di fuoco che avvolgeva e disperdeva». La parola, ma anche l’ascolto che consiste nel «trattenere l'urto delle parole», nel «fare del nostro orecchio una diga di accoglimento». Le omelie sono, dunque, un lascito importante, un dono prezioso, una privilegio e una grossa responsabilità. «Che fare di queste omelie – ha domandato Francesco Racchetti -? La parola è pronunciata perché venga ascoltata e trasmessa con la medesima forza, diceva lui». Ecco, quindi, la sua parola che è anche un messaggio e uno stimolo per l’uomo di oggi e del domani. Per don Abramo male è svalutare il proprio ruolo nel mondo. La salvezza è essere persuasi, è la capacità di stare bene nel mondo, che vuol dire agire, ovviamente non accomodarsi. Fare cose nuove e, per concludere con una sua battuta simpatica, anche fare nuovi errori, non sempre gli stessi!
Senza correre il rischio della frammentazione, ci sono però dei fili tematici o delle parole chiave che ripercorrono la “parola” di don Abramo Levi. L’acqua è una di questi. L’acqua di un bacino, di una diga, di un fiume (per Abramo il fiume è ciò che resta, la riva invece cambia) o del mare. Omelia memorabile per chi era presente quella dedicata interamente al “Il vecchio e il mare” di Hemingway, come metafora fra uomo e il mondo, fra uomo e Dio. Dio il grande pescatore e il binomio pastore-pescatore. «Il pesce fu il primo simbolo di Gesù – dice don Abramo nell’omelia del 7 maggio 2006 -. Pietro ebbe l'incarico da Gesù di pascere il gregge, ed anche di essere pescatore di uomini. La fede è un mare da attraversare con i movimenti precisi del nuotatore. Gesù dice: non pretendo che veniate a me camminando sull'acqua, questo lo faccio io; tu impara a nuotare, facendo movimenti precisi in un mondo disordinato». Questa è la novità del passaggio dal pastore al pescatore-nuotatore: qui è essenziale l'azione, il movimento. Il mondo è come l'acqua del mare: il problema è imparare a nuotarci dentro. Allora non sarà più una minaccia. Abramo incitava a muoversi, ad agire, a stare nel mondo per trasformarlo.


di Clara Castoldi

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