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La giornalista Camilla Cederna e la Valtellina

Lo spirito di giornalista lo aveva esplicitato già da piccola in un tema scolastico in cui aveva scritto che sua zia Giulia, anch’ella giornalista, «era stata catturata dai Carabinieri, come Gesù il Venerdì santo». Un modo di esprimersi che aveva suscitato scalpore. E che proseguì quando – da adulta – scrisse un testo su come si vestivano le donne del Regime. In quel periodo era a Ponte per la Pasqua ed era stata arrestata proprio nel paese dove trascorreva le vacanze ed era stata trattenuta per due settimane al carcere a Sondrio. E ancora come non ricordare che per un suo libro Giovanni Leone, presidente della Repubblica, si è dovuto dimettere in quanto da lei accusato di utilizzo improprio del bene comune (palazzi, riserve di caccia)? Senza contare che Vittorio Sgarbi l’ha definita «assassina di penna» di Luigi Calabresi contro cui aveva scritto incriminandolo come se fosse stato l'assassino del famoso anarchico Pinelli.
Bastano questi ricordi o rivelazioni in pillole su Camilla Cederna (Milano 1911-1997) ad individuare il profilo della giornalista e donna che il Comune e la biblioteca Libero Della Briotta di Ponte hanno celebrato, nel centenario della nascita, con una mostra allestita in questi giorni alla sede dell’associazione anziani in piazza Luini. Una donna tosta, diremmo con un aggettivo moderno, determinata, precisa, colta, ma altrettanto “spregiudicata” e controversa. Una delle prime donne a fare il lifting, amante dell’aspetto con l’immancabile giro di perle e una capigliatura cotonata tanto che quando alla sera doveva andare al Teatro alla Scala di Milano, dove la famiglia aveva un palco, diceva a tutti di non “stropicciarla”, perché doveva arrivare perfetta allo spettacolo.
Ma quello che più importa a noi è il grande amore per la Valtellina e per Ponte in particolare, dove la sua famiglia aveva una casa in paese – quella che un tempo era stata di Giuseppe Piazzi – e una a S. Bernardo. Lì Camilla con la famiglia trascorreva le vacanze, ma anche una parte della vita visto che in occasione dei bombardamenti su Milano la famiglia, sfollata, salì a Ponte. Il padre Giulio Cederna, chimico industriale nel cotonificio di Cederna fondato dal padre valtellinese, «aveva a modo suo un’anima poetica, ma di carattere era ombroso, ruvido: con noi spesso era imperioso – scrive la stessa Cederna ne “Il mondo di Camilla” -. Di origine montanara, pretendeva che amassimo la montagna come lui. Solo a 1200 metri lo vedevamo felice. Arrivava in Valtellina sabato mattina con il treno: noi figlie avevamo l’abitudine di andare in uno spiazzo del bosco da cui col cannocchiale in fondo alla valle si vedeva la piccola stazione poco lontana dal nastro dell’Adda: un tenue brillio ci annunciava che papà era arrivato e faceva la “gibigiana” contro il sole con la cassa dell’orologio e noi gli rispondevamo con uno specchietto». Il legame con Ponte era dovuto anche alla grande casa con il suo «fatato orto-giardino»: diciotto alberi di pere, mele, pesche, e poi carote, sedano, insalata, le panchine di pietra calde di sole, le rose antiche, bianche bordate di rosso. E poi la casa in montagna che da principio era «una baita fatta di lastroni di pietra, poi in muratura foderata di legno e che veniva ingrandita ad ogni figlio che nasceva, fino a raggiungere la forma un po’ incongrua ma non sgradevole di un panettone leggermente schiacciato – racconta Camilla -. Davanti le Orobie con i loro ghiacciai, a ridosso della facciata un enorme faggio amatissimo su cui era bello sentir la pioggia di notte, prati tutt’intorno su cui abbiamo giocato per anni. Ogni volta che arrivavamo a San Bernardo ci colpiva gradevolmente quell’odore singolare che aveva la stanza chiusa dall’ultima estate: odore di pepe, muffa, buon tabacco, abete e razzia (la polvere usata in quei tempi contro le formiche)».
E di Ponte Camilla non si dimenticò neppure da grande, visto che nel 1965 in occasione dell’uscita del primo disco del coro Vetta, la giornalista sull’Espresso scrisse «sono 20 giovanottoni che cantano 15 canzoni alpine note, altre meno, ma tutte belle schiettamente valtellinesi».

«Scusate le sottolineature ma non volevo sbagliare le date. Poi le righe sono storte, perché le facevo in bagno (vasca) dove c’è una specie di leggio sul quale appoggio e bagno il libro. Un abbraccio, Camilla». Camilla Cederna ha vissuto in mezzo ai libri e la frase citata dimostra il suo rapporto “aperto” con il testo. Libro come fonte di lettura, motivo di recensione, scambio affettuoso. Tutti questi aspetti si evincono dagli oltre mille volumi appartenuti a Camilla Cederna e donati, per volontà della sorella Maria Sofia, all’associazione Amici Anziani di Ponte in Valtellina nel 1998. Trait d’union fra la famiglia Cederna e l’Associazione Amici Anziani è stato Renzo Castiglioni, art director che dopo una lunga carriera a Milano si ritirò a Ponte e suggerì alla famiglia Cederna questa collocazione. La biblioteca è stata organizzata in diverse sezioni: saggistica, letteratura italiana, letteratura straniera, poesia, arte e fotografia. «I titoli sono stati allora catalogati in modo cartaceo – spiegano l’assessore alla Cultura del Comune di Ponte Elena Folini e Rossana Pelliccioni della biblioteca comunale che hanno lavorato al progetto -, ma l’intenzione è di farlo elettronicamente e di collegare i libri alla biblioteca per consentirne un più ampio prestito rispetto ad ora. Camilla fu un personaggio non facile. Noi non vogliamo giudicarla, ma farla conoscere con questa “scusa” del centenario e del legame con Ponte». Talvolta Cederna usava il testo come un taccuino. Ad esempio in uno è riportato addirittura l’elenco delle cose da mettere in valigia (miele, vestaglia, golf, ombrello). In altri, invece, si leggono le dediche di tantissimi autori italiani (Eugenio Scalfari, Piero Chiara, Mario Soldati, Umberto Eco, Franca Valeri). Il più estroverso è senz’altro Alberto Arbasino, che scrive: «Tanti baci, abbracci, immenso affetto pari all’amore e non minore dell’amicizia». Dino Buzzati, scrittore legato a lei da una stretta amicizia scrive a Camilla Cederna «un devoto omaggio dal suo Dino». Leonardo Sciascia le dedica un «racconto in cui la voce dei padroni di ieri non è molto diversa di quella dei padroni di oggi. Cordialmente».
LA VITA
Camilla Cederna (1911-1997) nasce a Milano da Ersilia Gabba e da Giulio Cederna figlio di Antonio, valtellinese di modeste condizioni, prima garibaldino e poi imprenditore del cotone a Milano. La madre Ersilia, figlia di Luigi Gabba, garibaldino e professore al Politecnico di Milano, è una delle prime donne in Italia a conseguire la laurea (in germanistica). Camilla esordisce nel giornalismo nel 1939 sul quotidiano milanese vicino al Partito nazionale fascista, L'Ambrosiano. Dal 1945 al 1955 è redattrice nel settimanale L'Europeo, che contribuì anche a fondare. Dal 1956 al 1981 diventa inviata per L'espresso e negli anni ‘90 collabora con la rivista Panorama.
La moda è stata il suo primo interesse. Il costume, per Camilla Cederna, meritava attenzione proprio perché è «riflesso di ogni evoluzione sociale, economica, ideologica e culturale del paese». Molti articoli e interventi furono raccolti in tre volumi dal titolo omonimo “Il lato debole”, un vero e proprio diario italiano illuminante e disperante sulla mediocrità di virtù e vizi nazionali, ma animato da una gran voglia di capire e del gran talento di divertire. Ha anche scritto numerosi libri di narrativa e saggistica.
In seguito alla strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), l'impegno dell'autrice si è spostato sul piano decisamente politico e ha scritto: Pinelli, una finestra sulla strage, Sparare a vista, Giovanni Leone. La carriera di un presidente. Il lungo periodo di attività dedicato a temi di impegno civile è culminato nella raccolta di memorie “Il mondo di Camilla”.


di Clara Castoldi

Camilla Cederna
Camilla e Giulietta a San Bernardo 1961
Camilla Cederna
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