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Voci dalla Val d'Arigna

Negli anni Cinquanta uno dei vecchietti della zona, che di soprannome faceva “Bacicia”, ricordava di quando la Valtellina era una valle alluvionata e che per andare a Teglio a battezzare i bambini bisognava attraversare la valle sulla barca. Ma c’era anche un personaggio buffo che andava a dormire con la moglie e i suoi “carpei”, ovvero ramponi, perché a suo dire gli tenevano caldi i piedi. Oppure chi ricorda l’enorme presenza di bisce, innocue ma davvero grosse, chi di quando alle donne era proibito indossare i pantaloni e chi «quanti ciaceri ala fontana» (ovvero quante chiacchiere alla fontana) si facevano. Specialmente il lunedì, quando il lavatoio era pieno di donne che dovevano lavare. Ricordi, testimonianze, leggende, racconti, scherzi. C’è tutto nel libro “Voci dalla fontana”, edito a dicembre da Lyasis edizioni e divenuto – soprattutto durante le festività natalizie quando tutti sono alla ricerca di un dono particolare e nel contempo utile – un best seller con numerose copie vendute. Il libro, scritto da Graziella Zoia e dalla figlia Eleonora Galli, racconta della val d’Arigna, che si trova nel versante orobico di Ponte in Valtellina, e raccoglie le testimonianze di vita dei tempi andati, «quello che la gente aveva piacere di raccontarci», premettono le due donne. «Il progetto è, per la verità, iniziato negli anni ’50 – racconta Graziella - quando il cugino di mio marito, Egidio Sterpa, allora direttore de “Il Tempo” di Roma, dopo essere stato in val Arigna e aver notato questo modo di vivere semplice, rudimentale e povero, mi ha chiesto di scrivere qualcosa a puntate sul suo giornale. Allora avevo preso appunti, poi fra scuola, matrimonio e figlia, la cosa non è più andata in porto. Ma avevo tenuto gli appunti, i ricordi, le narrazioni dei vecchi - avevo allora 22 anni, ora ne ho 83 -, che a loro volta avevano i ricordi dei nonni dei nonni. Insomma quanto avevo in mano erano testimonianze che risalivano all’800. Così ho pensato, insieme a mia figlia, di riprendere il discorso. Mia figlia a sua volta ha raccolto le testimonianze dei vecchi attuali». Un lavoro che ha appassionato anche Nora, che si è recata anche nelle case di riposo per parlare con i 90enni. «Mi ha colpito in particolare un 93enne di nome Geremia – interviene Nora - che disteso nel suo letto, in dialetto a occhi chiusi con voce lenta, ci ha raccontato di come si portavano a slitta dalle località Michelini e Pesciola i tronchi di legna in inverno, perché sotto erano tutti prati. La legna si prendeva su “a olt”, cioè in alto. La tagliavano in estate e si portava inverno. Sempre Geremia mi ha detto di aver visto l’ultima pelle dell’orso. Ovviamente quelli narrati sono episodi non storicamente documentabili, sono ricordi, le date non sempre le possiamo fissare». Il volume - 223 pagine corredato da immagini in bianco e nero e a colori - dopo l’iniziale premessa di Zoia e la nota per il lettore, presenta un’introduzione scritta nel 1950 e una parte storica sulla valle. Vi sono poi le leggende raccolte sempre nel 1950 sull’uomo nero, sull’uomo del tavolino, sulla strega scottata o sul lago senza fondo per poi passare alle storie dalla “filanda” raccolte dopo il 2000 suddivise per temi e decisamente curiose visto che a parlare sono in prima persona i vecchi del posto. Lo stesso procedimento viene seguito per la seconda parte del libro quella della valle che si racconta con una suddivisione cronologica prima del 1940, dal ’40 al ’50, dal ’50 al ’60, dal ’60 all’80 e qualche guizzo dopo. Chiude il libro la cantastorie della Capanna Battisti di Briotti, di proprietà della famiglia di Graziella, e la rubrica sulle famiglie. Quello che esce è un ritratto di rignaschi o, come vengono simpaticamente detti, di “rignoi”, come «gente dignitosa, riservata, scherzosa in alcune occasioni di festa – dicono le due signore -. Rignol fa già ridere di per sé. Erano spiritosi, dalla battuta facile, persone che riuscivano a trasformare il tragico in accettabile, con grande arguzia e prontezza, gente delle scarpe grosse ma dal cervello fine». «Da ragazza trascorrevo due mesi d’estate alla Capanna Battisti, mio nonno ero delle Casacce – aggiunge Graziella originaria di Tirano, oggi residente a Poggiridenti -. Sono affezionata a questa valle, cui ho voluto rivolgere un omaggio e un pensiero di affetto con questo libro. Nei miei scritti, vecchi di sessant’anni, risento la voce degli anziani di allora e le parole, allo stesso modo di oggi, fluivano con pause, esitazioni, concentrazione, ripensamenti. Non ha grande importanza se l’anno non è proprio giusto, o il luogo o la circostanza. I ricordi dei vecchi ondeggiano come i rami al vento, ma l’atmosfera è quella che avvertono ancora: dei sentimenti e delle emozioni che non sapevano esprimere, delle fatiche immense del lavoro, talmente radicate nelle generazioni da essere considerate naturali, come il nascere e il morire. E il riposo era appoggiarsi al rastrello per riprendere fiato o battere la falce seduti nel prato. Ancora oggi stare in piedi si dice «sta’n pena» (stare in pena) e voleva dire in piedi per lavorare». Sono storie di vita passata che ha lasciato tracce nella carne e nell’anima di gente semplice e sottovalutata, ma che viveva in un’etica sobrietà naturale. «Gli abitanti della val d’Arigna sono sempre stati i padroni della loro terra e non hanno mai lavorato al piano come mezzadri o stagionali, se non per qualche brevissimo e occasione periodo – sempre Zoia -: per questo forse si sentono padroni e lo esprimono con sicurezza e dignità. Per fortuna, fra tante privazioni e doveri, si inframmezzavano lo scherzo, la burla e la beffa, il ballo, la festa e gli amori». L’indole spiritosa e ironica che permane tuttora è evidente anche nel soprannome di ogni persona, distinta in modo inconfondibile e perfetto dalle altre che portavano lo stesso cognome. E c’era la battuta pronta e sapida, l’ammicco e il riso. Racconta la Rita: «da s-cetini (bambine) ci trovavamo proprio per ridere, per imparare a ballare cantando». Ci si perde piacevolmente nella lettura di ricordi e aneddoti della val d’Arigna, alcuni dei quali – in sintesi – vogliamo proporre. Ad esempio, in onore al titolo del libro, quello legato alla fontana in cui le donne in un angolo scaldavano l’acqua. «Quelle che lavavano le lenzuola, avevano bisogno di mezza fontana solo per loro – racconta Valeria Della Pollina -. Le lavavamo magari solo “an bot al mes” (una volta al mese), c’era la lasciva con la cenere e d’inverno si stendevano sulle cordicelle nelle lobbie, d’estate sui prati». Maria Assunta Gerna racconta del forno a Fontaniva dove si cuoceva il pane ogni quindici giorni, «non era proprio fresco…», mentre Annetta Berniga ricorda che prima di avere l’acqua in casa ogni inverno per due anche tre settimane l’intera contrada di Berniga restava senz’acqua. «Il tubo era così sottile da gelare – dice – e allora bisognava arrangiarsi. Non era una bella cosa con quasi duecento persone e anche molte bestie». E poi la difficoltà della pastorizia: «Le mucche non patiscono sotto la pioggia ma non sopportano la grandine perciò se c’era questo rischio occorreva correre dalle bestie – è il ricordo di Nicoletta Donati -, ovunque fossero, radunarle e tenerle ferme e vicine finché l’emergenza fosse passata. Infatti le mucche per evitare le punture dei chicchi dei ghiaccio sul corpo, puntano il muso a terra senza guardare dove vanno: è facile che si feriscano finendo in posti scoscesi e sassosi». Ci sono anche le leggende come quella del 24 agosto, giorno di San Bartolomeo: gli alpeggiatori dovevano sgomberare i pascoli in quota dalle bestie e farle discendere nei maggenghi più vicini al paese. Volevano così le anime inquiete del Limbo, che desideravano vagare in libertà sulla montagna e si vendicavano crudelmente su uomini e animali che rimanevano nelle loro plaghe dopo il tempo stabilito. E prima della corrente elettrica? «Si usava il lum (lucerna) con il petrolio» e molto anche le candele. «Al negozio – racconta Elsa Moretti – ne vendevano di diverse grossezze: da 5, 10 e 20 centesimi. Quelle da 5 centesimi erano sottili come ferri da calza e duravano poco, ma don Urbani consigliava di comprare sempre la più sottile. Era circa una candelina da compleanno di oggi però alta. E con queste candeline andavamo nelle stalle dietro al prete che benediva le bestie». Altro che materassi su misura e di confort quelli arignaschi che invece erano riempiti con le foglie del granoturco. In primavera si svuotavano le fodere e si lavavano alla fontana. Per rinnovarle si schiacciavano anche le foglie del granoturco già usate che riprendevano volume e freschezza. Questo fogliame scricchiolava in modo inconfondibile e mandava uno speciale profumo. Infine la filatura e tessitura importante in quella valle dove le donne filavano lana, lino e canapa coltivati e prodotti sul posto.

di Clara Castoldi

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