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Bozzetti Valtellinesi

Il problema di come porsi al lettore contraddistingue da sempre chi scrive. Come essere in grado di comunicare il proprio messaggio o, semplicemente, la propria storia da raccontare in modo piacevole, eppure incisivo, con una prosa che colpisca, ma che sia al tempo stesso scorrevole? Anche il tellino Giuseppe Napoleone Besta, quando nel 1878 ha scritto i Bozzetti Valtellinesi, se lo domandava. E diceva: «Difficile, oh molto difficile è lo scrivere in modo da piacere ad altri, e poter colla sceltezza delle idee, colla purezza dello stile, colla versatilità delle espressioni, giungere sino all’anima di coloro ai quali si vuole pur raccontare e confidare le proprie passioni, e farli piangere o sorridere del proprio pianto o delle proprie allegrezze! Così io povero scrittorello di dozzina, che oso mostrarmi al pubblico a volerlo meco trattenere qualche ora, con racconto e colla descrizione delle cose che pure a tutti sono note; faccio la figura di quel corvo temerario, che vestito delle penne di pavone, per suo gracchiare assordante ed intempestivo venne spogliato delle derubate penne e coperto di beffe cacciato dalla comune società degli augelli, poi lasciato solitario a cibarsi degli avanzi dell’annegata brenna dell’Adda. Siccome però talvolta dalla bocca del meno sapiente, sgorgano parole non del tutto vili e mendaci, così io fattomi coraggioso ho pensato di vincere ogni ritegno, e dire ancora io come la penso, come la giudico». Pecca di umiltà Giuseppe Napoleone Besta che, seppure si definisca «scrittorello di dozzina» ne ha ben donde – potremmo dire – di scrittura.

Cosa sono i Bozzetti

Nei “Bozzetti Valtellinesi” che il Centro Tellino di Cultura ha voluto ristampare quest’anno, Besta lo dimostra e il lettore – moderno – se ne compiace nella gradevole e, a tratti, maliziosa lettura. Cosa si intenda con la parola “Bozzetti” è lo stesso Besta a rivelare: «Bozzetti per dirla alla buona e con tutta libertà...saltando da un tema all'altro, da una idea all'altra, come l'estro mi chiamerà a sua volta». Ed ecco che nascono dalla sua penna leggende, usi, costumi, credenze, superstizioni, ma non solo: passioni, drammi, sentimenti, emozioni, momenti di vita spensierati, burla e occasioni di condivisa socialità.

«Con la riedizione in forma anastatica dei “Bozzetti Valtellinesi” il Centro Tellino di Cultura – afferma il suo presidente, Gianluigi Garbellini – mantiene fede alla promessa di ricordare il poeta-scrittore di Teglio il cui nome, al pari delle sue opere in versi e in prosa, ben merita di essere tolto dall’oblio». Nel 1878, dalla tipografia Bonazzi di Tirano, vide la luce un libro del tutto singolare, nell’avaro panorama letterario della valle, che incontrò il consenso dei lettori del tempo – forse allora pochi a dire il vero – e che divenne subito popolare grazie agli insegnanti che non tralasciarono di leggerne ampi stralci nelle scuole, anche quale esempio di lingua italiana forbita e corretta. La storia della “Bella mugnaia di Boalzo” e quella di Natalina “Il Natale furono tra i bozzetti quelli indubbiamente più fortunati, più letti e più conosciuti grazie al commovente contenuto “strappalacrime”. Una sorta di moderno “Armony”, che Besta non ce ne voglia…

La Valtellina

Nel suo racconto rivive la Valtellina del tempo: una valle che pigramente volge al progresso, fortemente ancorata alle sue tradizioni e alla cultura di una società prevalentemente rurale, dove non mancano conservatrici famiglie di “signori” e sparuti borghesi aperti al futuro.

«Si distinguono nettamente dalle opere in poesia i Bozzetti – prosegue Garbellini – distribuiti in sei storielle, non tanto per l’ambientazione che resta quella del “piccolo mondo” della valle, quanto per la capacità dell’autore di raccontare da vero fabulatore le patetiche storie popolari dei bozzetti. Besta propone, infatti, con sciolti tratti di freschezza, dovizia di particolari e spunti di penetrazione psicologica luoghi, personaggi e situazioni in grado tuttora, nonostante talune pesantezze di stile tipicamente ottocentesche, di avvincere il lettore e di coinvolgerlo emotivamente». Del resto fu questo il suo intento di scrittore come abbiamo detto all’inizio.

I temi

Quanto ai temi presenti nell’opera, troviamo quelli cari al Romanticismo, di cui Besta fu convinto cultore. “Amore e morte” dominano incontrastati accanto alla passione, all’esaltazione dei sentimenti, ai cupi presentimenti, alla schiettezza del mondo dei semplici di fronte alle convenzioni sociali di quello aristocratico e borghese e alla intima partecipazione della natura al destino spesso tragico dell’uomo. Rivivono sagre e tradizioni con sparuti momenti di spensieratezza, personaggi reali e immaginari, vecchie storie tramandate da generazioni tra cui la favolosa leggenda della “Magada”.

«Si distingue dagli altri cinque bozzetti, il primo dal titolo “Dio” – spiega Garbellini -, in cui si colgono la personalità di Besta e la formazione umanistico-cristiana, i suoi orientamenti in fatto di fede, il suo pensiero di persona colta, aperta, laica, ma credente nella “fede dei padri”, quella fede che vorrebbe libera da superstizioni, da atteggiamenti superficiali e disinvolti nei confronti del sacro e da manifestazioni esterne puramente folkloristiche. Non condivide gli ammiccamenti di persone colte verso le idee illuministiche che allora facevano breccia tra gli studenti delle università di Pavia, Padova, Bologna e Torino». Non è un baciapile, ma si schiera in favore del clero - «i pochi preti dice - che rappresentano la fede inconcussa, la speranza ostinata, la carità vera», preti da lui definiti un «retaggio di Dio» affinché si creda in Lui e «non si muoia anzi tempo d'angoscia».

Gli altri bozzetti “Il Natale” (la dolorosa storia di Natalina ed Enrico), “Il primo giorno dell'anno” (La leggenda della Magada), “Il 31 gennaio” e “Il 2 febbraio” (I lupi famelici del gelido inverno 1812 e la travagliata storia d'amore tra Maddalena e Antonio), “Il Carnevale” (Le usanze carnevalesche nei principali centri della provincia e la storia d'amore a lieto fine tra Emma e Arnaldo) hanno pressoché identica impostazione. «Il Besta inizia con il passare in rassegna ricorrenze, tradizioni e usanze con riferimento a fatti, situazioni e momenti particolari or drammatici or ridicoli – sempre lo storico - per poi innestarvi una "sua storia" che trova fondamento in fatti realmente accaduti, in vecchie narrazioni tramandate a memoria, in leggende o semplici episodi di cronaca: passioni ardenti, drammi d'amore-morte, atti d'eroismo magistralmente descritti con la sentita compartecipazione d'uno scrittore del puro Romanticismo, ma, contestualmente, anche burla e scherzi tra l'ilarità generale e situazioni tese sul filo di un insospettato senso dell'humour e di sottile ironia, di cui l'autore dà grande prova, rivelando quell'arguzia e quella vivacità di spirito tipica del migliore carattere tellino». Al centro dei bozzetti sono «le beate convalli», della Valtellina dipinte a torto - afferma il Besta - negli ambienti cittadini come «ricetto di orsi e di lupi», lontane dal consorzio umano e credute «nel circolo polare» tra le aurore boreali.

Genuino e fervido è il suo amore per la valle con i suoi abitanti, da lui del resto celebrati nei due accennati poemetti, la Valtellina con il suo mondo, la sua identità e la sua anima popolare e aristocratica con pregi e difetti, le sue antinomie dibattute tra nobili aspirazioni e rassegnazione di fronte alla quotidiana realtà e l'esigenza di concretezza propria della gente di montagna abituata al duro lavoro della terra.

Besta “fabulatore”

«Scopriamo in G. Napoleone Besta un autore che sa raccontare con il fascino del vero "fabulatore" che delizia e coinvolge – racconta Garbellini -, ma anche il letterato che attinge dal substrato della cultura classica il suo alimento senza disdegnare - anzi amandolo – il mondo popolare della sua gente in cui pulsano i segni di un'antica civiltà, alla quale egli sente di appartenere». L'autore, a differenza di quanto si riscontra nelle sue opere poetiche, abbandona nei bozzetti ogni intento didascalico o elogiativo, ma vuole semplicemente narrare, dialogando direttamente con il lettore per coinvolgerlo emotivamente nei fatti tristi riportati o per farlo sorridere quando è il caso. In talune parti, specialmente in quelle descrittive, il Besta si rivela degno alunno di un Manzoni. Le immagini, le metafore e le similitudini perfettamente rese e la ricerca lessicale concorrono a creare una prosa in cui si avverte la costante e intima presenza emotiva dell'autore, una prosa ricca di contenuti, piacevolissima, scorrevole e talora perfino musicale, come nei versi di una poesia, nella naturale costruzione sintattica d'intonazione ottocentesca, talora forbita e ricercata nel linguaggio, ma non per questo ostica ai lettori di oggi. Anzi il divertimento è servito…
 
BIOGRAFIA

Giuseppe Napoleone Besta nasce a Teglio il 2 agosto 1840 da Giuseppa Morelli e Luigi Besta De' Gatti, quartogenito di dieci figli. Vive in contrada Bellamira e quindi in San Silvestro. Compie gli studi superiori a Sondrio al Ginnasio del Convitto Nazionale e coltiva per tutta la vita, da autodidatta, le varie branchie del sapere. Si appassiona di letteratura, arte, storia e botanica. È affascinato dalle conquiste del progresso in campo scientifico e tecnologico e dagli ideali filantropici di matrice cristiana. Si diletta di disegno e pittura. Nel palazzo Camagni di Tirano, dove abita in seguito all'impiego al municipio di quella città, restano a documento di questa sua passione alcuni dipinti sul muro. Segue con attenzione la politica locale interessandosi ai problemi contingenti maggiormente dibattuti: arginatura di fiumi e torrenti, rimboscamento, risanamento degli acquitrini e delle paludi, causa di endemiche malattie, di costruzione di strade e del generale risanamento dell'agricoltura. Di origine aristocratica e di formazione piccolo-borghese, si schiera, sorretto dalla sua apertura mentale e culturale lungimirante, con gli umili e i poveri cercando di migliorarne le condizioni di vita, promuovendo l'attuazione di scuole comunali per eliminare l'ignoranza, superare i pregiudizi e le remore tipiche del mondo contadino della montagna, vincere la grettezza d'animo e fornire le basi per la promozione sociale dell'agricoltore il cui lavoro - afferma - è fondamentale per il collettivo benessere, come importante è il contributo di chi ha potuto studiare: una collaborazione delle componenti sociali a vantaggio di tutta la comunità. Ama per questo la sua gente, i suoi tellini, nonostante gli atteggiamenti caparbi e prevenuti che non vogliono intendere ragione, nati per lo più da ignoranza (non sapere) unita ad arroganza, anche quando si opera per il loro bene e per la promozione del loro paese. Constata tutto questo soprattutto negli anni travagliati della costruzione della strada carrozzabile da Tresenda, che fu causa di diatribe e discussioni senza fine che ne ritardarono il compimento. Spera che con la nuova strada Teglio possa rinascere, poiché vede il paese decaduto, svuotato delle sue menti migliori, come lamenta in un articolo del 1878 pieno di rimpianto per il passato glorioso dell'illustre borgo in cui molte sono le vestigia del trascorso benessere. Collabora dal 1867 al 1869 alla redazione del foglio "La Valtellina" di tendenza mazziniana e poi dal 1873 al "Corriere Valtellinese" di ispirazione liberal-cattolica. Due sono le sue opere in poesia: La Valtellina- Canti del 1871 Poemetto in 31 canti in cui il Besta celebra la valle con i suoi paesaggi, i monumenti, la storia e quindi i suoi abitanti. Le Stagioni in Valtellina del 1872, poema diviso in quattro parti (le stagioni) ricco di consigli, di inviti di carattere filantropico per migliorare le condizioni di vita nella valle. Si spegne precocemente il 16 marzo 1879 a Tirano, dove tuttora riposano le sue spoglie.



di Clara Castoldi

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