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Il monumento per Ferdinando I a Sondrio sul Lungomallero

...e tutti gridavano «viva la libertà, viva Pio nono» e gli stemmi del re venivano abbattuti e scalpellati, c’erano molti galantuomini con le carabine in spalla e molti populani ubriachi: ma tutti facevano allegria; gendarmi e compagni d’arme erano spariti.
Così Leonardo Sciascia immaginò e rappresentò alcuni momenti dei moti rivoluzionari siciliani avvenuti all’inizio del 1848. Sondrio e la Valtellina non hanno forse mai avuto uno scrittore dalla leggerezza paragonabile a quella di Sciascia, ma qualcuno descrisse le analoghe vicende, da lui narrate in Gli zii di Sicilia, accadute pochi mesi più tardi anche nella città di Sondrio, dove gli sconvolgimenti politici recarono gravi danni alle insegne imperiali, simboli della presenza asburgica. Il monumento, eretto nel 1839 in riconoscenza all’imperatore Ferdinando I per aver fatto costruire gli argini del torrente Mallero dopo l’alluvione del 1834, mostra tuttora i segni, ormai diventati documento storico, di quella violenza, poi ripetutasi nel 1859. Amore e odio nei confronti del potere sono quindi ora rappresentati nel monumento a Ferdinando I, posto nel giardino a sud del palazzo Martinengo di Sondrio.
Lo scultore milanese Giuseppe Croff, allievo del Marchesi all’Accademia di Brera, fu l’autore dell’opera. Poco apprezzato dalla critica ma, come si direbbe oggi, politicamente corretto, è ricordato per alcune statue in marmo scolpite per il duomo di Milano, in particolare S. Giovanni di Dio e S. Seconda martire, poste all’esterno del fianco meridionale. Il Croff si fece carico di costruire, spedire ed erigere sul luogo il monumento consistente in un obelisco a piramide contornato da quattro statue con festoni, stemmi, iscrizioni e tutto quanto richiesto dall’arte architettonica del tempo. Le statue, che alluderebbero ad alcune qualità dell’animo di Sua Maestà, sono in marmo bianco di Crevola d’Ossola; l’obelisco è in pietra di Saltrio e i gradini, originariamente tre, in granito bianco di Baveno. Dodici colonnette in ghiandone della Val Masino delimitavano, insieme a spranghe e catene di ferro, il perimetro attorno al monumento che venne montato nell’area, progettata dall’ingegner Carlo Donegani e destinata a giardino pubblico, compresa tra l’argine sinistro del Mallero e il palazzo Lambertenghi, che per più di cento anni fu poi il pubblico passeggio della città di Sondrio. In quel periodo avvennero le insurrezioni del 1848 e 1859, durante le quali, come narrano le cronache di quel tempo, il monumento venne guastato dalla mano di «certi individui di scarso buon senso, non essendovi anche in epoche di politici sconvolgimenti una ragione di distruggere un ricordo che ai cittadini costò una somma non lieve». Varie vicissitudini impedirono di ritornare nel pristino stato il monumento, come auspicato in tempi diversi e da più voci.
Dell’aprile 1939 sono le prime lettere indirizzate dalla Soprintendenza all’Arte Medioevale e Moderna della Lombardia al Podestà di Sondrio: il Soprintendente Gino Chierici, preoccupato perché l’area in questione sarebbe stata occupata da un nuovo edificio, il che avrebbe comportato il taglio delle piante e la rimozione del monumento, pose la questione sul notevole interesse pubblico rivestito dalla zona e si appellò all’articolo 1 della legge 11 giugno 1922, n. 778 per la tutela delle bellezze paesistiche e panoramiche (di matrice crociana), da cui derivò la legge 1497 del 1939 tuttora vigente all’interno del Testo Unico in materia di beni culturali e ambientali. Chissà se Gino Chierici, che con la sua tutela preventiva salvò molte opere d’arte tra cui il cenacolo di Leonardo dai bombardamenti della guerra, non è mai stato in missione in questa città e ha annotato su uno di quei suoi quaderni marrone pensieri preoccupati per la sorte degli alberi del pubblico passeggio. Quanto, dopo poco tempo, veramente accadde è che, nonostante la promulgazione avvenuta nel giugno dello stesso 1939 delle leggi per la tutela del paesaggio e delle cose di interesse storico-artistico, quasi tutti gli alberi vennero abbattuti, il monumento a Ferdinando I fu trasferito e in quel luogo venne costruita la Casa Littoria. Va scritto che Gino Chierici è stato spesso considerato, forse a torto, nelle grazie del regime fascista. Sta di fatto che dopo pochi anni dalla costituzione della Repubblica venne avvicendato, anche per questioni d’età, sia nell’ufficio di Soprintendente sia nell’insegnamento di Storia dell’architettura al Politecnico di Milano, da Luigi Crema.
Il trasporto del monumento nella sua attuale residenza, imposta dal Podestà, oltre il margine settentrionale del perimetro di piazza Garibaldi, avvenne nel 1940; danni di non poco conto derivarono dallo smontaggio e trasporto dei pezzi. Lo stesso luogo indicato come nuova destinazione pare non suscitò approvazione unanime, vista l’affermazione del geometra incaricato di eseguire i lavori: «È possibile che al Comune e all’Ufficio Tecnico siano tutti teste di c...?»



di Gianmario Bonfadini

Monumento a Ferdinando I nel giardino di palazzo Martinengo a Sondrio
Progetto di Giuseppe Croff per il monumento a Ferdinando I
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