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Quando le donne non potevano parlare...

Era un tempo in cui la parola divorzio neppure esisteva, un tempo in cui la donna stava sempre zitta, anche quando aveva ragione. Mai avrebbe contraddetto il marito, tantomeno la suocera che la mandava a fare lavori duri nei campi. Tempi di miseria, quando le donne dei borghi di montagna dovevano vendere i loro capelli per della tela con cui fare un grembiule. Tempi in cui guai a sfiorare l’amato mentre si camminava in pubblico, altrimenti il parroco non ti dava la Comunione.
Ricordi, testimonianze di come la donna viveva dagli anni Quaranta in poi in Valtellina, di come veniva considerata – o, meglio, potremmo dire non considerata -, della fatica quotidiana e pure anche di azioni di “madre coraggio” come quella di Rosa Gemma Fognini che per non far morire di fame i suoi otto figli si è rivolta addirittura al prefetto.
Tutto questo ce lo racconta Rosa Gemma – con questo nome così floreale e delicato, che nasconde una donna, oggi novantenne, di grande determinazione – nel volumetto “La condizione femminile nei primi sessant’anni del Novecento in un paese di montagna”.
Perché questo libro?
«Ho voluto raccontare come erano “tribulate”, per usare un termine dialettale, queste donne – spiega Fognini -. Ho voluto far conoscere la vita delle donne, che erano come schiave, lavoravano senza dire mai niente. Il nostro compito è quello di curare i bambini, ma quando entrava la suocera in casa questa ti mandava a lavorare nel bosco e in campagna, quattro ore a falciare erba. Erano lavori faticosi, andavamo a falciare a mano e poi portavamo l’erba nella gerla per poi stenderla e raccoglierla. Non c’era mai un giorno di festa e riposo per la donna che doveva lavare, cucire, anche di notte».
Una vita dura…
«Una vita dura e di miseria. Io avevo avuto 8 figli in 12 anni e una sera ho detto a loro:«Bambini andate a letto, perché non ho proprio niente questa sera da darvi da mangiare. Domani cercherò di fare qualcosa». La notte ho pianto. Il giorno seguente ho deciso di andare dal prefetto al Sondrio perché in comune, dove ero stata per chiedere aiuto, mi avevano detto che c’erano tanti altri poveri come me e che non mi avrebbero dato nulla. Avevo fatto loro presente che mio marito era malato per la guerra, ma non ho ottenuto niente».
Quindi è andata dal prefetto?
«Sono partita da Tartano dove vivevamo, in una mattina di gennaio del 1957, incinta di 5 mesi, su una strada piena di sassi. Ho impiegato due ore per arrivare alla stazione di Ardenno. Mi ero fatta dare i soldi dalla sorella per prendere il biglietto e lei mi aveva detto: «Ma dove vai, ti farai ridere dietro!». Arrivata a Sondrio mi sono presentata in prefettura  dicendo che io avevo bisogno, le guardie non volevaNo farmi salire, ma io ho insistito. Allora hanno chiamato il prefetto Zecchino e lui mi ha accolta. O che povera donna ero, una povera contadina che osava presentarsi da lui. Tremavo dal freddo e per la paura di quell’uomo».
E come è andata?
«Gli ho raccontato tutto, a partire dalla reazione del Comune. Allora lui ha chiamato l’amministrazione e ha dato loro dei disgraziati. Ha preso il suo cappotto, mi ha coperto e me lo ha regalato. Poi hanno preparato tre pacchi con tela per cucire camicie e un assegno di 50mila lire. Mi ha fatto un buono per mangiare al ristorante dicendomi di mangiare tutto quello che volevo. I camerieri hanno portato la carta, ma io non sapevo neppure cosa fosse la pasta. A casa mangiavo solo polenta. Una volta tornata, con la tela ho fatto camicie e pantaloni per i figli maschi e il marito, con l’assegno ho pagato un po’ di debiti contratti con mia sorella che aveva una bottega. Infine ho preso un quintale di farina per fare la polenta. Così ho potuto sfamare i miei bambini. Ai tempi si cucinava la polenta alle 9 di mattino come primo pasto, alle 16 c’erano le patate con la pelle e mangiavamo quello senza niente altro, alla sera minestra lunga con un pugno di riso. Alla fine i bambini mi dicevano di volerne ancora ma io non ne avevo più».
La vita della donna era difficile anche prima di sposarsi?
«Quando eravamo fidanzati non si poteva far niente, neanche incontrarsi a casa. A volte i ragazzi si arrampicavano sulla finestra e picchiavano il vetro, mentre i genitori dormivano, per parlare un po’. Solo il sabato sera potevano venire a casa, allora il padre metteva un legno un po’ grosso nel focolare e quando questo era bruciato, il genitore intimava al ragazzo di andarsene e a noi di andare a letto».
E in pubblico come ci si comportava?
«Bisognava essere ancora più cauti. Se andavi in giro con l’innamorato non ci si poteva neppure sfiorare. Una volta io e una mia amica siamo andate a fare una passeggiata con i due nostri ragazzi. Qualcuno ha riferito al prete che, alla domenica, non mi ha dato la Comunione. Che figuraccia, tutti a guardarmi come se avessi fatto chissà quale peccato!».
Ci racconti un altro aneddoto…
«Un ricordo che mi è rimasto è quello del parrucchiere che ogni tanto veniva nella contrada di Tartano. Le ragazze tagliavano i capelli per venderli in cambio di un pezzetto di tela per fare un grembiule. Il parrucchiere con i capelli poi faceva la parrucche. Diceva che i miei valevano tanto perché erano fini e riccioli, così me li pagava bene. Li tenevamo lunghi e raccolti con le trecce sul capo, ma quando ce li tagliava rimanevamo con pochi peli e mettevano il foulard. Si piangeva tanto, ma si voleva anche avere un grembiule. A vent’anni noi giovani eravamo come maschere».
E poi ci si sposava e si diventava madri.
«Anche questo non era così semplice. Quando la donna era incinta doveva rimanere nascosta. I bambini non sapevano da dove arrivassero i neonati. Il prete non voleva che andassimo a Messa per non dare scandalo, mentre ai bambini dicevamo che i piccolini li portava la Befana. Noi ragazze arrivavamo a 20 anni e non sapevamo nulla del sesso e quando eravamo sposate non potevamo avere rapporti a meno che non fossero destinati alla procreazione. Una volta mi sono lamentata con il parroco che se mi ero sposata era per stare con mio marito Giovanni Gusmeroli, allora lui non mi ha dato l’assoluzione. Quanto a 38 anni mi sono trasferita a  Morbegno la gente mi diceva che ero stata ignorante a comprare tanti figli, ma non era colpa mia né di mio marito. Avevamo fede profonda».
In caso contrario, invece, non esisteva neppure il divorzio…
«Non c’era da sognarsi farlo, non c’era neanche la parola. Quando ci si sposava i genitori dicevano: ecco le ho messi a posto. Solo una figlia per famiglia non veniva sposata, che era quella che aiutava papà e mamma quando erano vecchi e malati. Si diceva l’àmeda. Il papà decideva quella che era destinata, anche se aveva 50 ragazzi che la seguivano. Bisognava ubbidire».
Cosa vuole dire alle donne del 2010?
«Dico che sono fortunate, hanno avuto da mangiare e bere sempre, hanno solo un figlio o due. Dico di pensare a quello che abbiamo passato noi per essere più contente adesso e più soddisfatte di sé. Ai figli, che hanno gli armadi pieni di vestiti e giocattoli, dico di essere consapevoli di ciò, di vivere con più serenità e non mancare mai di rispetto nei confronti dei genitori come invece spesso accade. In novant’anni della mia vita mai uno dei miei figli ha alzato la voce con me».

Un giorno ha deciso che sarebbe stato giusto e bello lasciare una traccia della vita passata della donna. Così, nonostante la mano sia tremante, ha preso un quaderno e ha cominciato a scrivere. I ricordi si sono sciolti e come un fiume in piena si sono tramutati in una scrittura nera su fogli bianchi. Una grafia tremula e ondulata portata avanti per 95 pagine e in due anni di lavoro. Questo il “parto” lungo ma rigenerante del libretto “La condizione femminile nei primi sessant’anni del Novecento in un paese di montagna” di Rosa Gemma Fognini in Gusmeroli, la donna di Tartano, poi residente a Morbegno oggi 90enne, madre, potremmo dire, di un “figlio illustre”, il poeta Giacomo Gusmeroli di Sondrio. E se il dna non inganna, anche Rosa Gemma – una vita di contadina alla spalle e pochi studi come un tempo accadeva ai più poveri – ha dato vita in queste pagine ad una “scrittura della memoria”, voluta come ricordo per i suoi 90 anni. Nessuno dei figli (Maria, Gervasio, Enrica, Daniele, Dario, Adele e Giuliano) sapeva dell’iniziativa della madre, fatto eccetto Giacomo, a lei accomunato da questa propensione per la scrittura. «Una volta che ha concluso il quaderno me lo ha dato – racconta Giacomo -, io l’ho battuto a macchina, l’ho portato in tipografia dove ho fatto stampare alcune copie e gliel’ho donato. E’ stata una sorpresa per lei che non si sarebbe aspettata di vedere i suoi ricordi stampati su un libro, con la sua foto da giovane in copertina». Le copie, distribuite fra i numerosi famigliari, sono già esaurite e la famiglia sta pensando non solo di ristamparle ma anche di presentare pubblicamente l’opera per farla conoscere a tutti. D’altra parte il libretto «è semplice – dice Rosa Gemma -, ma c’è tutto».



di Clara Castoldi

Rosa Gemma Fognini
Il libro
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